Gorian alla scoperta dell’Uruguay

Questo manoscritto è stato scritto da Ferrante Gorian prima della sua morte e racconta le vicissitudini della sua vita che lo hanno portato a trasferirsi in Uruguay nel 1948.

Tutto ebbe inizio in quel lontano 1930, mese di marzo, quando nostro padre, il noto patriota e irredentista goriziano cav. Raimondo (MUNDI per i famigliari e gli amici) ci lasciò tutti e cinque figli (tre femmine e due maschi) dopo lunga e sofferta malattia. Chi avrebbe preso in mano il vivaio, le serre, il negozio di fiori già ereditati da nostro nonno Francesco? Io sarei dovuto diventare, come maggiore dei maschi il continuatore dell’attività ortofloricola dei miei predecessori? E come? Apparentemente non m’ero mai interessato più di tanto alle aspre fatiche, ai disagi, ai sacrifici intimamente legati a quel brutto-bel mestiere di fioricultore. Badavo a studiare (non tanto), giocare al calcio, sciare e scalare montagne (abbastanza)e, come accade spesso quando si hanno 17-18 anni , a correre dietro alle ragazze (tanto).

Ci fu consiglio di famiglia in cui si decise di spedire il giovanotto al più presto a Firenze, all’inizio del nuovo anno scolastico 1930-31 per almeno un triennio a frequentare l’allora già famosa Scuola di Pomologia alle Cascine, perché si raffinasse non in latino e in greco, come fino allora, ma la floricoltura, l’orticoltura e il giardinaggio.

Devo riconoscere invece che le nozioni delle lingue classiche apprese nel ginnasio-liceo con austro-ungarici sistemi e precisione contribuirono con innegabile decisione a tenermi a galla brillantemente nel superare gli scogli inevitabili dei nuovi insegnamenti scientifici della Scuola Firenze Cascine.  Mi vergogno di dichiarare sommessamente che risultai sempre primo in tutti gli scrutini e in tutte le prove pratiche di campagna,  frutteto, orto, giardino, serre e di laboratorio. Tale classifica però, last but not least, mi permise di usufruire delle borse di studio che Municipio, Cassa di Risparmio di Gorizia, Istituto di Credito per le Venezie avevano deciso di istituire per mantenermi agli studi, se meritevole. Sì, perché ho taciuto finora sul non trascurabile problema che la ristrettezza dei mezzi in quei tempi e dipoi imperversava sulla mia famiglia e che i miei, mai e poi mai, avrebbero potuto mantenermi agli studi così lontano e per così tanto tempo.

Finito il capitolo Firenze, dove ebbi come insegnanti personaggi del calibro di Alessandro Morettini, P. Porcinai, Antonio Turchi, Tasselli, Passavalli e come condiscepoli i vari Breviglieri, Bonfiglioli, Cesarino Bianchi ed altri ed altre decine di grossi nomi tutti figli di vivaisti o fioricultori liguri, romagnoli e toscani, naturalmente, rientrai alla base riuscendo per un biennio a destreggiarmi come insegnante nelle Scuole professionali di tipo Agrario. Lo stipendio era misero, le spese tante, la vita cara (già in quella volta…).Con quattrocentocinquanta lire al mese non è che si potesse fare granchè ed anche mia sorella maggiore, insegnante elementare, dava quasi tutto il suo stipendio per tenere su la precaria baracca del vivaio e del negozio di fiori, attività in forte deficit.

Andai poi in Africa Orientale anche per vedere un po’ se c’era veramente quel sole che ci avevano promesso. Fui rimpatriato come tutti gli altri soldati per fine operazioni e di Africa non si parlò più. Nel 1938 passai un annetto in Agro Pontino come sottofattore , ma la vita dell’agricoltore e la pianura a me non piacevano, anzi ne ero ossessionato profondamente.

Ho sempre guardato in su nella mia vita, verso l’alto, verso le montagne, un po’ perché a salire si fa fatica,  a me piace far fatica, ma poi c’è la soddisfazione; un po’ perché si scoprono nuovi orizzonti e poi altri ed altri ancora e non si è mai sazi. Il piattume mi dà fastidio, mi incupisce, mi smonta. Appena vedo apparire, dopo ore e ore di pianura, colline, montagne, boschi, vallate, corsi d’acqua cristallina che salta di roccia in roccia, prati, profumo di muschio, resina, funghi, legname, mi sento rinascere e rimango come affascinato, ipnotizzato. Io questi quadri li vado a cercare, a scovare, me li godo, me li studio, me li imprimo nella memoria (con poco sforzo in verità) e quando me ne distacco per lungo tempo mi avvolge tanta nostalgia. Ecco, sì, io sarei dovuto nascere in montagna e non in pianura, ma il fatto è che nessuno è padrone di nascere dove vuole.

Ricordo che quando si avanzava nell’Ogaden e si profilava in fondo all’orizzonte un rilievo montuoso pensavo: oh, finalmente una montagna. Ma era un’illusione: era un altopiano, raggiungibile salendo una interminabile rampa. Arrivati su, delusione: tutto piatto, ma all’orizzonte nuova catena di montagne, lontanissima. Si andava su (con gli autocarri militari) per il solito immancabile lungo piano inclinato, ma non ci si accorgeva che si andava in su; si notava solo che le montagne non c’erano più. Con questo sistema si superavano anche mille metri di dislivello percorrendo però centinaia di km. con pendenze ridicole, insensibili, finchè non giungemmo a Giggiga, nell’harrarino, nel cuore di una certa notte, stanchi morti. Giù tutti a terra, senza poterci vedere in faccia per il buio pesto. I caldi e luminosi raggi dl sole delle sei ci svegliarono, io aprii gli occhi e vidi uno spettacolo  indimenticabile. Mi ero addormentato, senza essermene accorto, ai bordi di un bosco (chi ne aveva mai visti prima, di boschi?) e adesso innumerevoli enormi fiori rossi ad imbuto gioivano e solleticavano la mia curiosità facendomi capanna. Erano Hibiscus rossa sinensis, alberi di quelli stessi che mio padre aveva coltivato in serra faticosamente, con cura e diligenza ed era bravo se gli riusciva di farli raggiungere mezzo metro di altezza , in vaso.

Non ho mai sopportato le barriere, le chiusure, i limiti, le preclusioni. Quando andavo a sciare, i muretti di sassi che ti tagliavano la strada sul più bello, mi davano un gran fastidio. Non sono mai potuto rimanere fermo, fisso in un posto. Ero, e forse lo sono ancora,  un’anima in pena.

Nel 1947, ero a Firenze e lavoravo in P.zza del Carmine per conto della società “ Il giardino”, mi si presentò l’occasione di conoscere alcune signore uruguayane alle quali chiesi se laggiù, nel loro paese, c’era la possibilità di fare qualcosa. Una di esse mi rispose: “ Non le prometto nulla, le prometto solo d’interessarmi, per il da fare c’è da fare, perché è un paese giovane, che ha bisogno di cervelli e di forze nuove. Se verrà giù, si porti tante sementi di fiori e di arbusti e poi si vedrà”  Questo mi disse costei. Ma per partire ci vogliono soldi perché non si può imbarcarsi con famiglia per andare in un altro continente a dodicimila km. di distanza senza il becco di un quattrino. La situazione era senza uscita. Dopo essermi girato e rigirato per Firenze senza esito, mi ricordai che a Varese avevo un amico goriziano, amico d’infanzia, chissà che….Presi la mia faccia tosta, la portai a Varese e la mostrai al mio amico il quale, meraviglia delle meraviglie, dopo le comprensibili perplessità di ogni buon cristiano, mi disse di sì, che me le prestava le 500.000 lire (di quella volta) ma quando gliele avrei restituite? E se la nave andava a fondo?

A questo punto intervenne la moglie sua con questa uscita: “ beh, se la nave va a fondo vuol dire che era destino, tu ed io avremo perduto un amico, ma avremo compiuto un’opera di carità cristiana”. Roba da Vangelo.

Partimmo ai primi di giugno del 1948, mia moglie, io ed il bambino di quattro anni per un paese sconosciuto, pieno di fascino e noi pieni di speranza.

In quell’epoca l’ Uruguay era la Svizzera del Sud America, piena d’oro e di benessere, dove il sole si alzava per tutti e nessuno vi era mai morto di fame. Le vetrine delle banche e dei cambiavalute piene di monete krugerrand, aquile d’oro messicane, venti dollari usa, marenghi, luigi, sterline. Banane, pane bianco, benzina come se piovesse, carne fino alla nausea…

GORIAN “ENCUENTRA” EL URUGUAY.

Todo comenzó en la década de 1930, marzo, cuando nuestro padre, el famoso patriota irredentista de Gorizia, caballero  Raimundo  (MUNDI para la familia y amigos) nos dejó a los cinco hijos (tres niñas y dos niños), después de una larga y dolorosa enfermedad. ¿Quién habría continuado el vivero, los invernaderos, la tienda de flores que habíamos heredado de nuestro abuelo Francesco? Debería ser el hijo varón mayor , el sucesor de la hacienda?- Igual que sus antecesores? ¿Cómo?

Al parecer, nunca me había interesado mucho en el esfuerzo constante, las privaciones, y sacrificios íntimamente ligados a la floricultora, arte  a la vez difícil y  hermoso. Tuve la suerte de estudiar (no tanto), jugar al fútbol, el esquí y el alpinismo (suficiente) y, como suele ocurrir cuando uno se encuentra sobre los 17-18 años, corriendo detrás de las chicas (mucho).

Hubo un consejo de familia, se decidió enviar al joven tan pronto como fuera posible a Florencia, al inicio del año escolar 1930-1931 durante al menos tres años para asistir a la escuela ya entonces famosa de Fruticultura en la Cascine, no para que profundizara latín y griego, como hasta ahora, pero especialmente en floricultura, horticultura y jardinería.

Debo admitir, sin embargo, que las nociones de lenguas clásicas aprendidas en la escuela primaria bajo el imperio austro-húngaro y a pesar de los  sistemas de estudios de aquella época, tuve la decisión innegable para mantenerme a flote con brillantez para superar los escollos de las inevitables nuevas enseñanzas científicas de la Escuela Cascine Florencia. Me da vergüenza declarar que normalmente quedaba siempre en primer lugar en todas las evaluaciones y todos los exámenes prácticos de la campaña,  huerta, invernadero y laboratorio. Esta clasificación, sin embargo, por último pero no menos importante, me permitio aprovechar conseguir algunas becas, dineros en efectivo de Gorizia, Instituto de Crédito para Venezia, que habían decidido apoyarme en mis estudios para mantenerme, con toda dignidad.

Sí, porque he guardado silencio hasta ahora sobre el problema significativo de los limitados medios de la época y dando por descontado que mi familia, nunca, nunca, hubiera podido mantenerme  estudiando hasta la fecha y durante tanto tiempo.

Terminado el capítulo Florencia, donde  tuve como profesor a  Alessandro Morettini, Pietro Porcinai, Turcos Antonio, E. Passavalli  y compañeros de estudios, como los diversos Breviglieri, Bonfiglioli, Bianchi Cesarino y otros, y docenas de otros grandes nombres, venian muchos  alumnos de  Liguria,  Toscana y Romaña, que luego de unos dos años, de vuelta a sus tierras, llegaron a ser profesores y directores en centros como el instituto Vocacional Agrícola. El sueldo era miserable, cuesta mucho, querida vida (ya en esa época …). Con cuatrocientos cincuenta liras al mes no es que se puede hacer mucho; y también  mi hermana mayor, una maestra de escuela primaria, dio casi todo su sueldo para ayudar a la continuidad del vivero, una hacienda precaria y la tienda de flores, la actividad en déficit.

Entonces fui a África Oriental para ver incluso un poco “si realmente era el sol que nos habían prometido”. Yo era como todos los demás soldados, repatriados al final de las operaciones en África y ya no se habló. En 1938 pasé un año en Pontine como sub-encargado, pero la vida del agricultor y la llanura no me gustaba para nada, de hecho yo estaba obsesionado profundamente con las montañas.

Siempre he buscado en mi vida, a las montañas, un poco ‘porque es difícil de subir, me gusta salvar problemas, pero luego está la satisfacción, un poco “a medida que descubrimos nuevos horizontes” y luego más y más y nunca satisfecho. La llanura me molesta, me oscurece, me desmonta. En cuanto me veo aparecer, después de horas y horas de llanuras, colinas, montañas, bosques, valles, escarpadas, ríos de cristal de roca en roca, hierba, el olor a almizcle, resina, hongos, madera, me siento renacer y me fascina, me quedo como, hipnotizado. Yo voy a empaparme de estas imágenes, pinturas, yo  disfruto, estudiándolos, me quedan grabados, impresionados en la memoria (con poco esfuerzo en realidad) y cuando lo recuerdo me invde la nostalgia. Bueno, sí, yo habría nacido en las montañas o en las llanuras, pero el hecho es que nadie es dueño de donde quiere nacer.

Recuerdo que cuando estaba avanzando en el Ogaden y se intuia  en el horizonte un pensamiento montañoso, oh!, por fin una montaña!. Pero era una ilusión: era una simple meseta, se llega subiendo en un paseo interminable. Una vez arriba, oh decepción!, toda la cadena de plano, pero de nuevo las montañas en el horizonte, muy lejos. Fuimos a verlo (con camiones militares, claro) usando el típico inevitable plano inclinado largo, pero no nos dabamos cuenta de lo que estaba pasando, sólo simplemente habian desaparecido.. Este sistema supera los mil metros de altitud a lo largo de cientos de kilómetros. con pendientes ridículas, inapreciables, hasta que llegamos la cima del Harrarino, en el corazón del desierto, al caer la noche, muertos de cansancio. Todos al suelo, a dormir, sin poder ver las caras de la oscuridad. Los rayos cálidos y brillantes del dia siguiente al despertar, abrí los ojos y vi un espectáculo inolvidable. Me quedé dormido sin haberlo notado, en el borde de un bosque (que nunca había visto antes, pero que tipo de bosque?)- Y eran árboles forrados de muchas flores rojas enormes como embudos, me alegró y le hizo cosquillas mi curiosidad, desde aquella carpa. Eran Hibiscus Sinensis rojos, los mismos árbustos que mi padre había cultivado con esmero en un invernadero, con el cuidado y diligencia, y era demasiado si hubieran llegado a medio metro de altura, en macetas.

No he sufrido barreras, cierres, los límites, las ejecuciones hipotecarias. Cuando iba a esquiar, las paredes de piedras que le cortaban la calle más bonita, me dieron más  de una molestia. Nunca he sido capaz de permanecer inmóvil, fijo,  en un sólo lugar. Yo era, y quizás aún lo soy, un alma perdida, un alma errante.

En 1947, yo estaba en Florencia, en Piazza del Carmine y trabajando en la compañía “The Garden”, se me presentó la oportunidad de conocer a algunas damas uruguayas a las que pregunté si allí, en su país, había la posibilidad de hacer algo. Una de ellos respondió: “Yo no prometo nada, sólo la promesa de un interés, para hacer las cosas que faltan por hacer, porque es un país joven, que necesita cerebros y nuevas fuerzas. Si vienes, trae tantas semillas de flores y arbustos, y luego ya veremos “, me dijo esto.

Pero se necesita dinero para comenzar, ya que no se puede emprender un viaje con la familia para ir a otro continente a doce mil kilómetros, lejos, sin dinero. Era una situación sin salida. Después de estar convencido y entregado a Florencia  con todas mis ilusiones, me acordé de que tenía un amigo en Italia, (Gorizia), un amigo de la infancia, quien sabe …. Cogí mi familia,  mis proyectos, los  llevé a Gorizia y se lo mostré a mi amigo que, sorprendido de mi petición, después de la comprensible preocupación de todo buen cristiano, me dijo que sí, que me prestaba las 500.000 liras (aproximadamente, de aquellos tiempos), para devolverselas apenas fuera posible.? – Pero… comentó ¿Y si el barco se fuera a pique?

En este punto intervino su esposa con esta observación: “Bueno, si el barco se hunde hasta el fondo significa que era el destino, tú y yo hemos perdido a un amigo, pero hemos hecho una obra de caridad cristiana. Cosas del Evangelio…

Nos fuimos a principios de junio de 1948, mi esposa y yo y el niño (Alberto) de cuatro años y medio, a un país desconocido, lleno de encanto y  lleno de esperanza.

En ese momento el Uruguay “era la Suiza de América del Sur, lleno de oro y de bienestar, donde el sol sale para todos y nadie se muere de hambre. Las oficinas de bancos y cambistas llenas de Krugerrands de oro, Águila Real Mexicana, Veinte Dólares de plata,Libras Esterlinas, Napoleones,etc.-  Plátanos, pan blanco,  gasolina, como si lloviera delcielo, carne hasta por castigo.

(continuará)

(C)(R) Traducido del italiano por Alberto Gorian (Valencia sept.2012)

Considerazioni

Questo manoscritto è stato steso in occasione della presentazione di un progetto per un’area residenziale

Lo scopo di questa riunione è di illustrare le nuove possibilità di sistemazione delle aree verdi di un centro o di un insediamento o di un nucleo o di un complesso, come lo vogliamo chiamare, residenziale.

La superficie di questo non è che sia stato ricavato dalla demolizione di edifici più o meno vecchi in area urbana. Ma qui siamo in periferia, in aperta campagna, non abbiamo obblighi in pastoie. L’unico obbligo, semmai, è quello di procedere e procurare il meglio.

Avevo accennato fugacemente al rag. Parovano nel nostro primo incontro alla possibilità di ricavare una sensazione di maggiore spazio, maggiore unità ed organicità e quindi bellezza e grandiosità solo che si potessero coordinare le sistemazioni delle recinzioni ed unificare i settori di giardino fra casa e strada, cioè le zone  cosiddette di rispetto le quali nei paesi di lingua tedesca (Austria, Svizzera, Germania) con molta proprietà vengono denominati Vorgarten, cioè giardini che stanno davanti, anteriormente.

Il concetto fondamentale è che  se ognuno si chiude il proprio giardino anteriore in maniera impenetrabile, con muro, inferriata e dietro l’inferriata la siepe perché nessuno entri (ma se vuole questo qualcuno, nessuno glielo potrà impedire), perché nessuno veda dentro, allora avremo tanti piccoli reclusori, dove la vista sarà bloccata dalle siepi pochi metri più avanti, il panorama limitato e sempre quello vita natural durante, di una monotonia indisponente. Questo si giustifica in città, ma non in periferia dove i metri quadrati sono disponibili con maggior larghezza.

Il ragionamento deve essere un altro: è vero che io sono il proprietario, questo l’ho comprato, è mio, qui sono padrone e nessuno mi deve disturbare, sono uno , tre,  dieci, anni che sto sognando il terreno e la casa, finalmente ci siamo e adesso mi chiudo. Lo spirito individualista italiano o, diciamo, latino è risaputo che si proietta in tutte le direzioni e in tutte le espressioni e si manifesta in ogni occasione ed in ogni tempo. Sennò, che latini saremmo? Però a parte questo semplice istinto, non è vero che noi siamo anche buoni, pietosi, affabili, socievoli, allegri, baccanoni. Ho detto socievoli come termine paradossalmente antitetico di individualista, ma perché aperto a contrarre amicizia e magari a coltivarla (fino al prossimo scontro) col vicino. Indubbiamente  siamo più prontamente socievoli di uno svedese o di un inglese ed allora approfittiamo di questa “ apertura” per adeguare il nostro “verde” a nuovi concetti. Nuovi per noi o per taluni di noi in Italia, ma già largamente applicati oltre le nostre frontiere. Mi riferisco a Canadà, USA,  Svizzera, Germania, Belgio, Olanda, Uruguay. Sono paesi che purtroppo ( purtroppo per noi ) sono molto avanzati  come arte del giardino. Noi qui abbiamo molta passione e molta velleità, ma arte (salve le solite eccezioni) ben poca. Per un esperto è assai amaro dover constatare che i begli esempi se li deve andare a pescare all’estero; noialtri arriviamo sempre a rimorchio.

L’Italia non fa testo da almeno duecento anni, e negli ultimi duecento anni molte cose sono cambiate nel campo dell’arte, perchè insisto ancora una volta che quella del giardino è un’arte. Tutti sappiamo che si pianta con le radici in giù, che si deve bagnare, concimare, potare, ecc. Tutti sono delle cime o aquile, perchè lei non sa che io ho uno zio nella forestale, e perché lei non sa che mia moglie legge ogni mese la rivista tale e che mio nonno aveva una vigna ecc. ecc. Va bene, ma come la mettiamo con gli accostamenti? Con la composizione rispetto alla fisiologia e rispetto alla fisionomia? Vale a dire le piante in una creazione vanno riunite rispetto alle loro esigenze ambientali (terra, acqua, sole, luce, mezz’ombra) e rispetto ai loro caratteri morfologici ( tipo e grandezza  o colore di foglie) portamento del tronco e dei rami, portamento generale( eretto, strisciante, pendulo, sarmentoso ecc.). O va tenuto conto di entrambe, fisiologia e fisionomia? Queste sono questioni fondamentali e vanno tenute in considerazione in qualsiasi tipo di creazione di verde ed applicate di volta in volta con sapiente discernimento non disgiunto da un certo garbo, comunemente detto buon gusto.

Ma creare il verde, sia esso giardino, o paesaggio, non significa soltanto, come la maggior parte della gente crede, a torto, mettere giù piante, albero o arbusto, o bulbo o rizoma, seminare il prato e via. Il cancello, la recinzione, la posizione del garage e dei servizi, il collegamento viario tra cancello e casa (tracciato e pavimentazione) attrezzature varie(pergola, giochi, posti a sedere, vasche e piscine, scale, scalette,  muri, irrigazione, illuminazione, mascheramenti e protezione) ecco alcuni dei compiti che spettano allo specialista e qui da noi si risolvono all’italiana, cioè (e lo dico con rammarico) pietosamente. E poi ci pavoneggiamo credendo di aver combinato chissà quale capolavoro e definendo altezzosamente gli altri “sottosviluppati”.

Non starò qui a ricordare poi che ogni giardino va legato con l’ambiente circostante e che questa interdipendenza non è facile né semplice da captare e ottenere con la nostra opera.

Nel nostro caso specifico poi, mi riferisco al complesso residenziale, i problemi vengono ingigantiti per il fatto che non solo di giardini si tratta, ma di viabilità, di centro commerciale, di albergo, di scuola, di chiesa , di parco giochi e piscine.

La viabilità in un centro di tale genere deve rispondere a criteri specifici non normali. Ricorderò soltanto che i bambini, i quali hanno la tendenza a scappare di mano, si muovono per vie interne di transito tra scuola e casa e campo giochi ecc. e viceversa, senza il pericolo di venire travolti da un’auto o da una moto. La mamma che va con una carrozzella e con due pargoletti attaccati alla gonna verso il supermercato  o semplicemente a fare un giretto deve avere fa il marciapiedi e la strada una fascia verde di sicurezza di due quattro metri, come vedremo in parecchie foto eseguite all’estero.

Ritornando alla nostra recinzione, qui non si tratta solo di proporre una certa armonia tra le varie soluzioni da adottare, ma addirittura di suggerire non la cessione fisica e materiale, ma soltanto ottica ed estetica della zona di rispetto singolo a favore del godimento comune.

Se per esempio la fascia frontale di ogni villa viene separata dalla contermine non da un muro di cemento ma da una fila di cespugli da fiore e tale fascia verso il marciapiedi viene limitata da uno steccato o muricciolo o inferriata (vedremo poi) piuttosto bassetta e questo steccato, muricciolo o inferriata ricoperti di rampicanti con bei fiori ( faccio per dire: rosai, clematis, madresylva, bignonia ecc.) ecco che questa linea moltiplicata per dieci, dodici, quindici, o quante sono le ville, più la fascia che sta in corrispondenza dell’altro lato della strada ( perché anche di fronte ci sono le ville), crea uno scenario non comune a favore di tutti, proprietari e visitatori.

Se poi oltre agli arbusti e ai rampicanti nelle zone frontali mettiamo qualche gruppo di alberi asimmetricamente, tutto ciò visto in prospettiva procura un effetto di grandiosità. Effetto di grandiosità che non è da disprezzare o da scartare. In fin dei conti ogni proprietario qui fa parte di una comunità e qual è  o quali sono il suo orgoglio e la sua fierezza? Penso quelli di abitare in un quartiere prezioso dove, e qui viene il bello, con la stessa spesa si può ottenere l’ottimo o il pessimo. E chi è che vuole il pessimo (risultato)? E’ da credere nessuno.

Senza contare che questa cessione fittizia di varie porzioni di area frontale in pro di un assetto unitario poderosamente paesaggistico sarebbe ricompensata da una contropartita non disprezzabile in chiave di valorizzazione del complesso residenziale. Ogni pedina, cioè ogni parcella acquisterebbe a sua volta un plusvalore che le deriverebbe appunto dall’essere incorporata in un paesaggio organico che essa stessa ha contribuito a creare.

Fugacemente accenneremo al fatto che anche le porzioni di giardino retrostante alla villa ( il vero dominio privato) possono acquistare maggiore pregio se si procurerà di creare “un’alleanza” coi vicini, alleanza intendiamoci di ordine estetico, vegetale, non già di abolizione delle frontiere…Ognuno può separarsi dal vicino anche con l’uso di reti, steccati o altro. Però esiste la maniera di rendere queste fatture meno visibili e meno ostiche eseguendo delle piantagioni arbustive variate a cavallo dei confini di proprietà. Queste piantagioni potrebbero essere costituite da cespugli a fioritura scalare per tutto l ‘anno, compresi dicembre e gennaio, con creazione di boschetti strategicamente disposti in maniera che il verde o i fiori o le zone  di ombra di uno siano di ornamento o di vantaggio anche per l’altro.

Queste non sono utopie, né miraggi né noi dobbiamo essere ritenuti dei visionari.

Realizzazioni nei sensi sopradescritti ed auspicati hanno già avuto luogo in altri paesi con effetti  sorprendenti.

Noi stessi abbiamo vissuto parecchi  anni della nostra vita in un comprensorio di circa cinquemila (diconsi cinquemila) ettari sistemati con i criteri di cui sopra e vi possiamo assicurare che ci sembra più strano riscontrare che ancora qui da noi non si sia arrivati a tanto piuttosto che viceversa.

Penso che a questo punto sia molto opportuno ricorrere senz’altro all’efficacia delle immagini e nell’augurarci che nessuno rimanga annoiato mi permetto di …

Saper vedere gli alberi…

di Ferrante Gorian

Questo è un comune gelso (Morus Alba) come non siamo abituati a vedere. Li conosciamo, i gelsi, capitozzati, col tronco tozzo, bitorzoluto, per lo più piantato in filari nelle vigne.

Questo splendido esemplare è destinato ad essere abbattuto dalla civica amministrazione di Preganziol (Tv) “perchè qui bisogna fare un campo sportivo”.
“E non si potrebbe spostare un momentino il campo sportivo, tenere l’albero e farci sotto magari un bellissimo prato, che so, per prendere il fresco d’estate…”
“Ma no, sa, è un albero in fin dei conti così volgare…”

Morus Alba

Impiego della pietra naturale nei giardini moderni

di Ferrante Gorian

L’impiego della pietra nella costruzione dei giardini è uno dei compiti dell’architetto-paesaggista, e nonostante i molti insegnamenti  a parole e figure, si continua a vedere superfici piane e scarpate piene di pietre buttate là che sembrano pezzi di lardo in un arrosto.

Sono proprio le pietre che richiedono uno studio ed un’osservazione della natura tanto particolarmente accurata ,come pochi altri elementi della costruzione di giardini. A tale riguardo ogni schema è escluso, perché non solo ogni tipo di pietra ha una sua caratteristica stratificazione e posizione, ma anche ogni singola pietra si può dire che abbia un aspetto speciale.

Il lavoro con le pietre, sia che si tratti di blocchi isolati o di un complesso di blocchi, appartiene ai compiti più affascinanti ed interessanti del paesaggista e del tecnico.

Nel giardino moderno non si può  prescindere dalla pietra naturale, perché questa costituisce un elemento fondamentale, come le piante e come l’acqua. Chi potrebbe concepire oggi un giardino senza un appropriato uso di pietre? Purtroppo non è raro vedere giardini completamente privi di tale elemento essenziale e questo perché o non si conosce l’uso molteplice della pietra nella moderna architettura del giardino o perché non la si apprezza nel suo giusto valore. Può succedere anche il caso contrario. Giardini tanto pieni di pietre di ogni genere, naturali o artificiali, che, se non ne contenessero nemmeno una, sarebbero migliori. Molte altre volte si trascura l’uso della pietra naturale perchè si dice che “costa troppo”. Si ricorre allora alla pietra artificiale di cemento, come se questa potesse sostituire degnamente  quella vera. Certo che la può sostituire dal punto di vista pratico, non già però da quello estetico. Il rayon può sostituire “praticamente” la seta naturale, però che sensazione di poca signorilità e di poco buon gusto verso chi l’indossa. In periodo di ristrettezze finanziarie o di guerra si ammette  la necessità di acquistare il prodotto artificiale, però non è concepibile che si acquisti deliberatamente il medesimo prodotto in tempi normali, specialmente da parte di chi ha denaro  sufficiente.  Il proprietario e l’architetto coscienzioso non dovrebbero perciò mai lasciarsi sopraffare da considerazioni di indole economica e dubitare nell’alternativa di usare pietra naturale o cemento. Siamo sicuri che tali dubbi non sono sorti quando si è trattato della decorazione interna della casa. Allora non si è badato a spese, giustamente, nel  lodevole intento di raggiungere un tutto armonico e piacevole. Aggiungeremo che molte volte nella decorazione interna delle case i proprietari fanno a gara a chi sfoggia maggiore lusso: si sborsa denaro senza fiatare.

Certamente la maggioranza della gente intuisce che il giardino è cosa molto importante per la decorazione della casa, ma non sa e non vede le stonature e non può differenziare l’uso della pietra naturale da quella artificiale.

E’ compito dell’architetto far notare al cliente quale può essere il valore intrinseco ma anche estetico di un giardino in cui si prevede l’uso della pietra naturale. Il male è che sono proprio certi architetti che, per timore di perdere il cliente, sono i primi ad andare a consigliare l’uso della pietra artificiale perché più economico.

Le lastre di pietra naturale hanno avuto negli ultimi anni una larga diffusione come materiale per costruire nei giardini viali, spazi, vasche, muretti. La necessità di dare ai viali il minor risalto possibile ha condotto, per quanto possibile, all’abbandono dei vialetti inghiaiati i quali, se non sono orlati di pietra, richiedono una manutenzione costosa, ma coi bordi di pietra appaiono duri.

Il viale con pietra vicino alla casa e nei luoghi dove c’è maggiore passaggio, viene disposto a lastre ravvicinate, più lontano dalla casa, a lastre diradate. Le lastre poste ad intervalli troppo larghi, rendendo impossibile un piacevole uso del passaggio, sono una ridicolaggine nel caso di viali e spiazzi molto frequentati. Richiamiamo l’attenzione su questo particolare che non è tenuto nel debito conto neppure da architetti di chiara fama.

Poiché c’è a disposizione per la costruzione di opere murarie tutta una gradazione di colori nelle lastre, da quelle nettamente lavorate e spigolate fino a quelle grezze, si può esprimere tutta una serie di sfumature che vanno dal frequentatissimo passaggio all’ingresso di casa con lastre quasi congiunte o del tutto congiunte, fino al pittoresco sentiero alla giapponese, meno frequentato, per la passeggiata fra le piante erbacee perenni od ad un vecchio prato.

Nei terreni impermeabili si provvederà allo smaltimento dell’acqua con drenaggi o altro, specialmente nelle posizioni a Sud, nelle quali le pietre s’imbevono completamente d’acqua.

Le tonalità sul rosso e grigio, come volte mostrano le arenarie ed i graniti, si aggiungono bene al giardino; peggiore effetto hanno i colori stridenti (es, giallo) che risultano fortemente abbaglianti nelle posizioni assolate.

Per l’impiego della pietra nel giardino ci vengono offerte le più svariate possibilità. Le pietre di stratificazione trovate durante lo scavo delle fondamenta o altro lavori di terra, offrono, collocate semplicemente sulla superficie o leggermente interrate, un buon materiale per bei motivi nei parchi silvestri, piantagioni boschive e simili. Tagli nel terreno, gole, scarpate, pendii naturali, rilievi di terreno ed altre disuguaglianze, poi pareti di cave di ghiaia ecc., possono venir adattati a giardino roccioso. Per la costruzione di dirupi di aspetto naturale siano tenuti in evidenza le seguenti considerazioni:

si impieghi in un giardino soltanto un tipo di pietrame e cioè nella forma di stratificazione che gli è propria. Si esegua il collocamento in maniera del tutto semplice e spontanea. Ogni romanticismo voluto ed ogni variazione artificiosa è pericolosa ed è meglio perciò evitarla. Il timore che la costruzione di simile tipo di giardino roccioso possa apparire noioso, è del tutto infondato.Giochi mutevoli di luci ed ombre, la diversità delle piante, inoltre la diversa grandezza delle masse che appaiono omogenee all’occhio, ed altre variazioni che nemmeno il  costruttore più fantasioso può prima immaginare, producono sufficiente varietà ed un aggrovigliamento  pittoresco.

Come modelli si devono scegliere soltanto quelle formazioni rocciose, le cui proporzioni non stonino nel giardino. È cosa assolutamente priva di gusto il voler rappresentare nel giardino montagne e catene di monti in miniatura.

Intervento “verde” sull’Abbazia di Summaga

Al molto Reverendo
Don Umberto, Parroco dell’Abbazia di Summaga (Ve)

Quando ci è stato chiesto di formulare e di esprimere delle soluzioni per un eventuale abbellimento “verde” dell’Abbazia in oggetto, non ci siamo nascosti le difficoltà che sarebbero sorte in ordine ad un perfetto adeguamento della sistemazione alle norme che regolano tutte, nessuna esclusa, le opere relative ai restauri, abbellimenti, modifiche, adattamenti dei monumenti storici, perché tale è la sopra citata Abbazia.

In considerazione di quest’ultimo dato, per la sola scelta dei tipi di piante, abbiamo dovuto scegliere solo alcuni, escludendone altri a priori.

Il criterio fondamentale è che trattandosi di monumento antico poteva essere selezionata soltanto una data partita di piante tipicamente classiche e normalmente impiegate nella decorazione di aree monumentali mediterranee. Fra queste citeremo il Pinus pinea, il Cupressus pyramidalis ed horizontalis, il Laurus nobilis, l’Osmanthus, l’olivo. Una cerchia, come si vede, molto ristretta.

Si potrà osservare, da parte di qualche palato raffinato e delicato, che l’olivo è sì pianta classica ma, se vogliamo, non sarebbe esattamente una pianta della campagna di Portogruaro e quindi essa potrebbe risultare un po’ forestiera.

Non è così: il frontone dell’Abbazia, col suo rosone, è pure romanico e noi abbiamo cercato di piazzare i due olivi proprio sulla parete frontale, tanto che ci sembra che in prospettiva essi si sposino mirabilmente con la sobria serenità della facciata anzidetta.

Sotto gli ulivi è stato collocato un pozzo del sec. XIV la cui base poggia su un pavimento di mattoni antichi (recuperati), sigillati in un quadrato da gradini di pietra del XIII sec. recuperati anch’essi dagli scavi dei resti dell’antico monastero di Summaga, distrutto dal terremoto di tanti secoli addietro.

Il pozzo, anch’esso facente parte dell’antico monastero, era stato inizialmente collocato da ignoti sotto i due abeti nell’orto della canonica una cinquantina di anni fa.

Era passato inosservato per decine di lustri e a noi sembra giusto e doveroso che gli sia riservata una sede migliore, quella che esso ha attualmente.

Un problema non semplice era costituito anche dal viale d’accesso. Era facile la tentazione di procedere alla piantagione di filari di cipressi col risultato di cadere nella banalità di creare un ennesimo esempio di viale d‘acceso cimiteriale.

Si è ricorsi allora all’espediente di raggruppare i cipressi in quantità disuguali, a distanze asimmetriche non solo, ma l’aspetto e la forza dei singoli esemplari dovevano essere anche differenti. E’ così è stato.

Davanti alla sacrestia è stata collocata una massa non uniforme di allori e osmanthus per separare otticamente la fabbrica antica (abbazia) dalla costruzione recente (sacrestia), allori, che, se vogliamo, continuano sul lato nord e nord-est con minore impatto visivo essendo di taglia inferiore.

Sul piazzale d’arrivo all’Abbazia, sul lato opposto rispetto al pozzo, sono stati messi a dimora due cipressi abbastanza ben forniti e di notevole taglia. Essi trovano lì una giustificazione in quanto hanno lo scopo di “dilatare” il verde degli abeti esistenti davanti alla canonica, che altrimenti darebbero l‘impressione di essere molto pesanti.

Su quei due abeti davanti alla canonica vale la pena di spendere qualche parola. Innanzitutto questo: già che ci sono, che ci restino! Ma dobbiamo anche dichiarare che ci stanno come i classici cavoli a merenda. Non si sa a chi sia venuto in mente di collocarveli né quando. E’ stupefacente rilevare come, tra tutte le piante esistenti nel regno del creato, siano stati prescelti per tale onore, due alberi di Natale, comuni e silvestri. A nessuno è passato per la mente lo scrupolo di analizzare, allora, se gli abeti legano con l’ambiente –abbazia e con la campagna circostante. La risposta è che nel quadro generale i due abeti ci stanno disastrosamente. Il male è che non si può far finta di non vederli. E’ stato consigliato di troncare le punte per tentare di trasformare l’aspetto e sofisticarne così l’apparenza, ma l’orecchio da quella parte non ci sente.

Sullo spigolo sud-est dell’abbazia sono stati piantati due pinus pinea (l’albero emblema della flora italica) circondati, come da satelliti, da tanti cipressetti che si disperdono verso la campagna ad oriente.

Purtroppo solo tra qualche decina d’anni si potranno rilevare i risultati di questo tipo di piantagione. A noi non resta che immaginare e sperare. Quelli che ci seguiranno non potranno che benedirci per la luce che ci ha illuminato quando è stato deciso di vestire l’abbazia pianando alberi e collocandoli con un criterio architettonico-paesaggistico.

Nel complesso è stata portata a termine una difficile operazione di abbellimento col verde di un monumento storico d’interesse internazionale e crediamo che i futuri visitatori resteranno ben impressionati per il felice inserimento dell’opera nel paesaggio, inserimento la cui validità si rivelerà crescente a misura che passano gli anni.

Treviso, 20 dicembre 1974

Coin – Mogliano Veneto – (TV)

 

Settembre 1966 – Aggiornato Febbraio 1967

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Un cedro deodara ed un salice piangente sono stati tolti per dare evidenza ai fabbricati.

E’ stato mantenuto invece accuratamente un vecchio albero di fichi contro il muro della barchessa, il cui fabbricato è parzialmente incorniciato da 3 aiuole di rosai poliantha, una sola varietà per aiuola.

Pavimentazione a pietra rosa naturale bocciardata a fuga aperta inerbita, bordi rettilinei, 90°, quadrati o rettangolari, in asse perfetto con la villa.

Le scalinate pentagonali sul fronte e sul retro della villa (verso Strada Terraglio) prima non esistevano e sono state costruite col giardino su mio disegno.

Ristrutturazione del complesso edilizio: villa, barchessa e casa custode a carico dell’arch. Luciano Gemin.

scorcio dalla barchessa…..

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Pavimentazione in pietra rosa naturale bocciardata a fuga chiusa o serrata (vedi progetto allegato con schema) tra la villa e la barchessa adibita a pinacoteca, sala riunioni, con sottostante taverna ecc

 

Foto del giardino in inverno

Relazione Tecnica

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Le seguenti foto, tratte da diapositive, appartengono al periodo della realizzazione del giardino.

Dopo il cambio di proprietà il giardino è stato manomesso; fortunatamente sono rimasti i caminamenti e il ciottolato.