Gorian alla scoperta dell’Uruguay

Questo manoscritto è stato scritto da Ferrante Gorian prima della sua morte e racconta le vicissitudini della sua vita che lo hanno portato a trasferirsi in Uruguay nel 1948.

Tutto ebbe inizio in quel lontano 1930, mese di marzo, quando nostro padre, il noto patriota e irredentista goriziano cav. Raimondo (MUNDI per i famigliari e gli amici) ci lasciò tutti e cinque figli (tre femmine e due maschi) dopo lunga e sofferta malattia. Chi avrebbe preso in mano il vivaio, le serre, il negozio di fiori già ereditati da nostro nonno Francesco? Io sarei dovuto diventare, come maggiore dei maschi il continuatore dell’attività ortofloricola dei miei predecessori? E come? Apparentemente non m’ero mai interessato più di tanto alle aspre fatiche, ai disagi, ai sacrifici intimamente legati a quel brutto-bel mestiere di fioricultore. Badavo a studiare (non tanto), giocare al calcio, sciare e scalare montagne (abbastanza)e, come accade spesso quando si hanno 17-18 anni , a correre dietro alle ragazze (tanto).

Ci fu consiglio di famiglia in cui si decise di spedire il giovanotto al più presto a Firenze, all’inizio del nuovo anno scolastico 1930-31 per almeno un triennio a frequentare l’allora già famosa Scuola di Pomologia alle Cascine, perché si raffinasse non in latino e in greco, come fino allora, ma la floricoltura, l’orticoltura e il giardinaggio.

Devo riconoscere invece che le nozioni delle lingue classiche apprese nel ginnasio-liceo con austro-ungarici sistemi e precisione contribuirono con innegabile decisione a tenermi a galla brillantemente nel superare gli scogli inevitabili dei nuovi insegnamenti scientifici della Scuola Firenze Cascine.  Mi vergogno di dichiarare sommessamente che risultai sempre primo in tutti gli scrutini e in tutte le prove pratiche di campagna,  frutteto, orto, giardino, serre e di laboratorio. Tale classifica però, last but not least, mi permise di usufruire delle borse di studio che Municipio, Cassa di Risparmio di Gorizia, Istituto di Credito per le Venezie avevano deciso di istituire per mantenermi agli studi, se meritevole. Sì, perché ho taciuto finora sul non trascurabile problema che la ristrettezza dei mezzi in quei tempi e dipoi imperversava sulla mia famiglia e che i miei, mai e poi mai, avrebbero potuto mantenermi agli studi così lontano e per così tanto tempo.

Finito il capitolo Firenze, dove ebbi come insegnanti personaggi del calibro di Alessandro Morettini, P. Porcinai, Antonio Turchi, Tasselli, Passavalli e come condiscepoli i vari Breviglieri, Bonfiglioli, Cesarino Bianchi ed altri ed altre decine di grossi nomi tutti figli di vivaisti o fioricultori liguri, romagnoli e toscani, naturalmente, rientrai alla base riuscendo per un biennio a destreggiarmi come insegnante nelle Scuole professionali di tipo Agrario. Lo stipendio era misero, le spese tante, la vita cara (già in quella volta…).Con quattrocentocinquanta lire al mese non è che si potesse fare granchè ed anche mia sorella maggiore, insegnante elementare, dava quasi tutto il suo stipendio per tenere su la precaria baracca del vivaio e del negozio di fiori, attività in forte deficit.

Andai poi in Africa Orientale anche per vedere un po’ se c’era veramente quel sole che ci avevano promesso. Fui rimpatriato come tutti gli altri soldati per fine operazioni e di Africa non si parlò più. Nel 1938 passai un annetto in Agro Pontino come sottofattore , ma la vita dell’agricoltore e la pianura a me non piacevano, anzi ne ero ossessionato profondamente.

Ho sempre guardato in su nella mia vita, verso l’alto, verso le montagne, un po’ perché a salire si fa fatica,  a me piace far fatica, ma poi c’è la soddisfazione; un po’ perché si scoprono nuovi orizzonti e poi altri ed altri ancora e non si è mai sazi. Il piattume mi dà fastidio, mi incupisce, mi smonta. Appena vedo apparire, dopo ore e ore di pianura, colline, montagne, boschi, vallate, corsi d’acqua cristallina che salta di roccia in roccia, prati, profumo di muschio, resina, funghi, legname, mi sento rinascere e rimango come affascinato, ipnotizzato. Io questi quadri li vado a cercare, a scovare, me li godo, me li studio, me li imprimo nella memoria (con poco sforzo in verità) e quando me ne distacco per lungo tempo mi avvolge tanta nostalgia. Ecco, sì, io sarei dovuto nascere in montagna e non in pianura, ma il fatto è che nessuno è padrone di nascere dove vuole.

Ricordo che quando si avanzava nell’Ogaden e si profilava in fondo all’orizzonte un rilievo montuoso pensavo: oh, finalmente una montagna. Ma era un’illusione: era un altopiano, raggiungibile salendo una interminabile rampa. Arrivati su, delusione: tutto piatto, ma all’orizzonte nuova catena di montagne, lontanissima. Si andava su (con gli autocarri militari) per il solito immancabile lungo piano inclinato, ma non ci si accorgeva che si andava in su; si notava solo che le montagne non c’erano più. Con questo sistema si superavano anche mille metri di dislivello percorrendo però centinaia di km. con pendenze ridicole, insensibili, finchè non giungemmo a Giggiga, nell’harrarino, nel cuore di una certa notte, stanchi morti. Giù tutti a terra, senza poterci vedere in faccia per il buio pesto. I caldi e luminosi raggi dl sole delle sei ci svegliarono, io aprii gli occhi e vidi uno spettacolo  indimenticabile. Mi ero addormentato, senza essermene accorto, ai bordi di un bosco (chi ne aveva mai visti prima, di boschi?) e adesso innumerevoli enormi fiori rossi ad imbuto gioivano e solleticavano la mia curiosità facendomi capanna. Erano Hibiscus rossa sinensis, alberi di quelli stessi che mio padre aveva coltivato in serra faticosamente, con cura e diligenza ed era bravo se gli riusciva di farli raggiungere mezzo metro di altezza , in vaso.

Non ho mai sopportato le barriere, le chiusure, i limiti, le preclusioni. Quando andavo a sciare, i muretti di sassi che ti tagliavano la strada sul più bello, mi davano un gran fastidio. Non sono mai potuto rimanere fermo, fisso in un posto. Ero, e forse lo sono ancora,  un’anima in pena.

Nel 1947, ero a Firenze e lavoravo in P.zza del Carmine per conto della società “ Il giardino”, mi si presentò l’occasione di conoscere alcune signore uruguayane alle quali chiesi se laggiù, nel loro paese, c’era la possibilità di fare qualcosa. Una di esse mi rispose: “ Non le prometto nulla, le prometto solo d’interessarmi, per il da fare c’è da fare, perché è un paese giovane, che ha bisogno di cervelli e di forze nuove. Se verrà giù, si porti tante sementi di fiori e di arbusti e poi si vedrà”  Questo mi disse costei. Ma per partire ci vogliono soldi perché non si può imbarcarsi con famiglia per andare in un altro continente a dodicimila km. di distanza senza il becco di un quattrino. La situazione era senza uscita. Dopo essermi girato e rigirato per Firenze senza esito, mi ricordai che a Varese avevo un amico goriziano, amico d’infanzia, chissà che….Presi la mia faccia tosta, la portai a Varese e la mostrai al mio amico il quale, meraviglia delle meraviglie, dopo le comprensibili perplessità di ogni buon cristiano, mi disse di sì, che me le prestava le 500.000 lire (di quella volta) ma quando gliele avrei restituite? E se la nave andava a fondo?

A questo punto intervenne la moglie sua con questa uscita: “ beh, se la nave va a fondo vuol dire che era destino, tu ed io avremo perduto un amico, ma avremo compiuto un’opera di carità cristiana”. Roba da Vangelo.

Partimmo ai primi di giugno del 1948, mia moglie, io ed il bambino di quattro anni per un paese sconosciuto, pieno di fascino e noi pieni di speranza.

In quell’epoca l’ Uruguay era la Svizzera del Sud America, piena d’oro e di benessere, dove il sole si alzava per tutti e nessuno vi era mai morto di fame. Le vetrine delle banche e dei cambiavalute piene di monete krugerrand, aquile d’oro messicane, venti dollari usa, marenghi, luigi, sterline. Banane, pane bianco, benzina come se piovesse, carne fino alla nausea…

GORIAN “ENCUENTRA” EL URUGUAY.

Todo comenzó en la década de 1930, marzo, cuando nuestro padre, el famoso patriota irredentista de Gorizia, caballero  Raimundo  (MUNDI para la familia y amigos) nos dejó a los cinco hijos (tres niñas y dos niños), después de una larga y dolorosa enfermedad. ¿Quién habría continuado el vivero, los invernaderos, la tienda de flores que habíamos heredado de nuestro abuelo Francesco? Debería ser el hijo varón mayor , el sucesor de la hacienda?- Igual que sus antecesores? ¿Cómo?

Al parecer, nunca me había interesado mucho en el esfuerzo constante, las privaciones, y sacrificios íntimamente ligados a la floricultora, arte  a la vez difícil y  hermoso. Tuve la suerte de estudiar (no tanto), jugar al fútbol, el esquí y el alpinismo (suficiente) y, como suele ocurrir cuando uno se encuentra sobre los 17-18 años, corriendo detrás de las chicas (mucho).

Hubo un consejo de familia, se decidió enviar al joven tan pronto como fuera posible a Florencia, al inicio del año escolar 1930-1931 durante al menos tres años para asistir a la escuela ya entonces famosa de Fruticultura en la Cascine, no para que profundizara latín y griego, como hasta ahora, pero especialmente en floricultura, horticultura y jardinería.

Debo admitir, sin embargo, que las nociones de lenguas clásicas aprendidas en la escuela primaria bajo el imperio austro-húngaro y a pesar de los  sistemas de estudios de aquella época, tuve la decisión innegable para mantenerme a flote con brillantez para superar los escollos de las inevitables nuevas enseñanzas científicas de la Escuela Cascine Florencia. Me da vergüenza declarar que normalmente quedaba siempre en primer lugar en todas las evaluaciones y todos los exámenes prácticos de la campaña,  huerta, invernadero y laboratorio. Esta clasificación, sin embargo, por último pero no menos importante, me permitio aprovechar conseguir algunas becas, dineros en efectivo de Gorizia, Instituto de Crédito para Venezia, que habían decidido apoyarme en mis estudios para mantenerme, con toda dignidad.

Sí, porque he guardado silencio hasta ahora sobre el problema significativo de los limitados medios de la época y dando por descontado que mi familia, nunca, nunca, hubiera podido mantenerme  estudiando hasta la fecha y durante tanto tiempo.

Terminado el capítulo Florencia, donde  tuve como profesor a  Alessandro Morettini, Pietro Porcinai, Turcos Antonio, E. Passavalli  y compañeros de estudios, como los diversos Breviglieri, Bonfiglioli, Bianchi Cesarino y otros, y docenas de otros grandes nombres, venian muchos  alumnos de  Liguria,  Toscana y Romaña, que luego de unos dos años, de vuelta a sus tierras, llegaron a ser profesores y directores en centros como el instituto Vocacional Agrícola. El sueldo era miserable, cuesta mucho, querida vida (ya en esa época …). Con cuatrocientos cincuenta liras al mes no es que se puede hacer mucho; y también  mi hermana mayor, una maestra de escuela primaria, dio casi todo su sueldo para ayudar a la continuidad del vivero, una hacienda precaria y la tienda de flores, la actividad en déficit.

Entonces fui a África Oriental para ver incluso un poco “si realmente era el sol que nos habían prometido”. Yo era como todos los demás soldados, repatriados al final de las operaciones en África y ya no se habló. En 1938 pasé un año en Pontine como sub-encargado, pero la vida del agricultor y la llanura no me gustaba para nada, de hecho yo estaba obsesionado profundamente con las montañas.

Siempre he buscado en mi vida, a las montañas, un poco ‘porque es difícil de subir, me gusta salvar problemas, pero luego está la satisfacción, un poco “a medida que descubrimos nuevos horizontes” y luego más y más y nunca satisfecho. La llanura me molesta, me oscurece, me desmonta. En cuanto me veo aparecer, después de horas y horas de llanuras, colinas, montañas, bosques, valles, escarpadas, ríos de cristal de roca en roca, hierba, el olor a almizcle, resina, hongos, madera, me siento renacer y me fascina, me quedo como, hipnotizado. Yo voy a empaparme de estas imágenes, pinturas, yo  disfruto, estudiándolos, me quedan grabados, impresionados en la memoria (con poco esfuerzo en realidad) y cuando lo recuerdo me invde la nostalgia. Bueno, sí, yo habría nacido en las montañas o en las llanuras, pero el hecho es que nadie es dueño de donde quiere nacer.

Recuerdo que cuando estaba avanzando en el Ogaden y se intuia  en el horizonte un pensamiento montañoso, oh!, por fin una montaña!. Pero era una ilusión: era una simple meseta, se llega subiendo en un paseo interminable. Una vez arriba, oh decepción!, toda la cadena de plano, pero de nuevo las montañas en el horizonte, muy lejos. Fuimos a verlo (con camiones militares, claro) usando el típico inevitable plano inclinado largo, pero no nos dabamos cuenta de lo que estaba pasando, sólo simplemente habian desaparecido.. Este sistema supera los mil metros de altitud a lo largo de cientos de kilómetros. con pendientes ridículas, inapreciables, hasta que llegamos la cima del Harrarino, en el corazón del desierto, al caer la noche, muertos de cansancio. Todos al suelo, a dormir, sin poder ver las caras de la oscuridad. Los rayos cálidos y brillantes del dia siguiente al despertar, abrí los ojos y vi un espectáculo inolvidable. Me quedé dormido sin haberlo notado, en el borde de un bosque (que nunca había visto antes, pero que tipo de bosque?)- Y eran árboles forrados de muchas flores rojas enormes como embudos, me alegró y le hizo cosquillas mi curiosidad, desde aquella carpa. Eran Hibiscus Sinensis rojos, los mismos árbustos que mi padre había cultivado con esmero en un invernadero, con el cuidado y diligencia, y era demasiado si hubieran llegado a medio metro de altura, en macetas.

No he sufrido barreras, cierres, los límites, las ejecuciones hipotecarias. Cuando iba a esquiar, las paredes de piedras que le cortaban la calle más bonita, me dieron más  de una molestia. Nunca he sido capaz de permanecer inmóvil, fijo,  en un sólo lugar. Yo era, y quizás aún lo soy, un alma perdida, un alma errante.

En 1947, yo estaba en Florencia, en Piazza del Carmine y trabajando en la compañía “The Garden”, se me presentó la oportunidad de conocer a algunas damas uruguayas a las que pregunté si allí, en su país, había la posibilidad de hacer algo. Una de ellos respondió: “Yo no prometo nada, sólo la promesa de un interés, para hacer las cosas que faltan por hacer, porque es un país joven, que necesita cerebros y nuevas fuerzas. Si vienes, trae tantas semillas de flores y arbustos, y luego ya veremos “, me dijo esto.

Pero se necesita dinero para comenzar, ya que no se puede emprender un viaje con la familia para ir a otro continente a doce mil kilómetros, lejos, sin dinero. Era una situación sin salida. Después de estar convencido y entregado a Florencia  con todas mis ilusiones, me acordé de que tenía un amigo en Italia, (Gorizia), un amigo de la infancia, quien sabe …. Cogí mi familia,  mis proyectos, los  llevé a Gorizia y se lo mostré a mi amigo que, sorprendido de mi petición, después de la comprensible preocupación de todo buen cristiano, me dijo que sí, que me prestaba las 500.000 liras (aproximadamente, de aquellos tiempos), para devolverselas apenas fuera posible.? – Pero… comentó ¿Y si el barco se fuera a pique?

En este punto intervino su esposa con esta observación: “Bueno, si el barco se hunde hasta el fondo significa que era el destino, tú y yo hemos perdido a un amigo, pero hemos hecho una obra de caridad cristiana. Cosas del Evangelio…

Nos fuimos a principios de junio de 1948, mi esposa y yo y el niño (Alberto) de cuatro años y medio, a un país desconocido, lleno de encanto y  lleno de esperanza.

En ese momento el Uruguay “era la Suiza de América del Sur, lleno de oro y de bienestar, donde el sol sale para todos y nadie se muere de hambre. Las oficinas de bancos y cambistas llenas de Krugerrands de oro, Águila Real Mexicana, Veinte Dólares de plata,Libras Esterlinas, Napoleones,etc.-  Plátanos, pan blanco,  gasolina, como si lloviera delcielo, carne hasta por castigo.

(continuará)

(C)(R) Traducido del italiano por Alberto Gorian (Valencia sept.2012)

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