Vancouver

Desmond Muirhead, titolare di uno studio di architettura del paesaggio di Vancouver (Canadà) chiede a Ferrante Gorian  materiale su giardini dell’Uruguay da pubblicare in un libro. Purtroppo il materiale inviato da Gorian arriva in Canada in ritardo e non potrà venire pubblicato.

Vancouver

Nella rivista “Landscape” della IFLA del marzo 1958, viene presentato l’architetto paesaggista canadese Desmond Muirhead, persona che aveva già contattato nel 1957 Ferrante Gorian., a quell’epoca residente in Uruguay.

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University of Pennsylvania

In evidenza

Carteggio intercorso tra Ferrante Gorian e Ian L. Mc Harg, chairman di landscape architecture alla University of Pennsylvania, Filadelfia. Ian L. Mc Harg fu autore di un fondamentale testo per l’architettura del paesaggio moderno: “Design with nature”.

University of Pennsylvania

Nella rivista “LANDSCAPE” del marzo 1958, a cui Ferrante Gorian era abbonato, viene pubblicato un articolo di Ian Mc.  Harg, architetto con cui Gorian era in contatto.

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Nella raccolta della rivista “Landscape Architecture” custodita nell’archivio Gorian, è pubblicato nel gennaio 1967 un articolo di Ian Mc Harg.

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Sempre in “Landscape Architecture” dell’aprile 1967 altro interessantissimo articolo di Ian Mc Harg.

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Un altro manoscritto chiarificatore

UN  ALTRO  MANOSCRITTO   CHIARIFICATORE

Quando portavo ancora i pantaloni corti (o quasi) e frequentavo a Gorizia il liceo classico, ricordo che la carta intestata nel negozio paterno recitava: Raimondo Gorian fu Francesco, fioricultore – Casa fondata nel 1860.

Nel marzo 1930 mio padre Raimondo ci lasciò per sempre e grave fu lo sbandamento nell’azienda vivaistica la quale veniva così a pesare sulle spalle di mia madre: Anni 30, crisi mondiale, poco lavoro, miseria; ma bisognava pure andare avanti. Tutti i famigliari si dettero un gran daffare per trovare una scuola in Italia che mi potesse dare le basi scientifiche per continuare “il mestiere” con serietà e capacità. Mia sorella maggiore che  studiava Legge a Firenze segnalò che alle Cascine c’era una scuola specializzata di orticoltura, floricoltura e di giardinaggio che forse avrebbe potuto fare al caso nostro. Ma i soldi? C’era dentro alla scuola un convitto per i non residenti a Firenze, ma la retta era impossibile per le nostre finanze. Il comune di Gorizia, la Cassa di Risparmio e l’Istituto di Credito Fondiario per le Venezie promisero di pagare tale retta purchè…..riuscissi a punteggio massimo nel triennio di durata dei corsi. Sembra una favola, ma fu proprio così.

I nostri corsi erano frequentati quasi interamente  da figli o parenti stretti di fioricultori o vivaisti. Cito qualche nome: Breviglieri di S.Benedetto  Po; Bianchi Cesarino di Como; i liguri Natta, Accame, Borrelli, Massa; Duilio Cosma di Trieste, Bonfiglioli di Bologna, Ortelli, Mannelli, Fibbi, Spalletti, Baronti ecc., toscani.

Pietro Porcinai è stato mio sottocapo alla sezione “Giardino” dal 1930 al 1933. Mi ha sempre stimato, apprezzato ed aiutato quando mi sono trovato in difficoltà nei tristi frangenti dell’ultima guerra. Quasi sessant’anni fa Lui ed io combattevamo la stessa battaglia. Di fronte ad una letteratura giardinistica italiana negli anni ’30 praticamente inesistente, insegnamenti professionali superiori  ZERO, dovemmo impegnarci duramente a studiare l’inglese ed il tedesco per sfruttare al meglio la copiosa produzione bibliografica inglese, nordamericana, germanica e svizzero-tedesca.

Rammento che alla fine di ogni anno scolastico P. Porcinai inforcava la sua Triumph 350, la Rolleiflex a tracolla, e partiva per il centro Europa. Gli chiedevo come mai andasse sempre verso di là. “ e dove vuoi che vada, altrimenti? Ricordati che i Paesi anglosassoni sono quelli che ci insegnano, oggi come oggi.” Alla mia obiezione:  “Ma come: noi latini, coi nostri giardini all’italiana o alla francese…” Rispondeva : “Lascia perdere….Noi  eravamo grandi” sospirava.

A quell’epoca in Europa era famosa la trimurti Karl Foerster, Hermann Mattern e Gerda Gollwitzer del Politecnico di Berlino (1926) e come non poteva essere altrimenti? Apprendemmo molto anche dal padre delle autostrade tedesche  Alwin Seifert quando imponeva che tutti i manufatti in cemento armato venissero ricoperti con pietra naturale del posto e/o con piante della flora locale. E noi (1993), come le stelle, stiamo ancora a guardare…

Dall’autunno 1933 all’autunno 1935 insegnai nelle scuole di avviamento professionale di tipo agrario. Nel frattempo stava migliorando la situazione economica della azienda paterna e potevo fare con maggiore scioltezza qualche lavoretto. Intanto venni richiamato sotto le armi.

Dopo la parentesi della guerra tornai a Firenze e, come succede tra vecchi amici, P.P. ritenne di servirsi della mia collaborazione in seno alla società “Il Giardino” in P.zza del Carmine.

Ma l’Italia mi stava stretta. Ad un certo momento, e tramite conoscenti, (1948) ottenni un contratto di impiego a termine come assistente presso la Direccion de Paseos Publicos de Montevideo (Uruguay). Nel 1949 creai laggiù un’impresa di costruzione, trasformazione e manutenzione di parchi e giardini con annesso vivaio di piante erbacee perenni e cespugli della flora subtropicale e mi licenziai dall’impiego.

A questo punto s’impone un chiarimento: io che credevo di essere una tigre in botanica mi ritrovai come un ignorantello qualsiasi. Di converso il locale Dr. Atilio (con 1 “t”)Lombardo, di chiara fama e autore di numerosi testi della flora indigena, mi chiedeva i nomi latini di piante comuni da noi nel Nord Italia, ma rare in Uruguay, tipo Rhus cotinus o Ligustrum sinense. Avvertimento ai cosiddetti esperti di casa nostra: non gonfiatevi il petto credendo di sapere già tutto, ma abbiate pazienza e, pedalate a occhi aperti.

Nel 1958, tramite un architetto di Montevideo, amico di Burle Marx, volai a Rio e fui ospite nella sua tenuta (chacra)di S.Antonio, col suo famoso ombraio di piante tropicali e nel suo splendido studio di Ipanema. Non ho avuto problemi per conoscere, tramite suo, l’architetto Lucio Costa (uno dei progettisti di Brasilia), Rino Levi e Serge Bernard. Tutti pezzi da 90 e ancora oggi non posso fare a meno di comparare la estrema democraticità dei sudamericani con la supponenza di certi italiani che non si fanno trovare neanche al telefono…

A Montevideo nel decennio 50-60 abitava vicino a casa mia, nella zona residenziale di Carrasco, il noto pittore estense Lino Dinetto, pupillo di Bernard  Berenson e di Enzo Carli, in quanto, non ancora ventenne, dipinse l’immensa tela con l’Ultima Cena per il Monastero di Monte Oliveto Maggiore (Siena). Assieme abbiamo combinato diversi lavori e devo dichiarare che da allora il mio modo di ragionare sulla consociazione delle piante, sui chiaroscuri, sui vuoti e sui pieni, sulle “pause” nella composizione del quadro (verde), sulla staticità e la dinamica delle piante (alberi), da allora, ripeto, è mutato da così a così.

Dal 1948 al 1957 potei accumulare una buona mole di progetti quasi tutti realizzati e nello stesso anno volai in Olanda dove conseguii il diploma professionale di “architecte paysagiste”, per titoli e per esame.

Nel 1961 rientrai in Patria dopo aver messo all’asta tutto quanto avevo in disponibilità, quasi una fuga: i castristi cominciavano a penetrare anche nell’Uruguay ed i “tupamaros ” a saccheggiare.

Tornai a Firenze e rimasi nello studio di Porcinai meno di un anno. Per divergenze di carattere venni via e mi stabilii a Treviso. Perché Treviso? Primo perché il mio amico Dinetto vi si era già stabilito già da un  anno e si trovava bene. Secondariamente io a Treviso (e questo non l’avevo ancora detto)ci avevo già lavorato nel 1939-40 come tecnico progettista presso una nota azienda vivaistica locale.

Le acque di Treviso

Breve manoscritto ritrovato pochi giorni fa

La provincia di Treviso e parte di quella di Venezia e Pordenone sono ricchissime di acque sotterranee.

C’è una vastissima letteratura sulle fontane e fontanelle di Treviso città. Se ne contano a centinaia. La città è attraversata dai fiumi Sile, Cagnan e Botteniga.

Chi si accinge a scavare per qualsiasi motivo a più di cm 50-100 di profondità molte volte si trova l’acqua sotto i piedi. Ne sanno qualcosa i costruttori i quali tengono sempre pronta in cantiere la pompa idrovora. Non si sa mai. I pozzi artesiani non si contano. L’acqua vien su da qualsiasi profondità, da 3 come da 300m. Ottima, potabile, per adesso. Poi vedremo, con l’inquinamento che dilaga.

Ecco spiegato brevemente il motivo per cui qui, in questa provincia, si afferra al volo l’apparire di quest’acqua benedetta e la si utilizza per gli usi domestici, per irrigare e per sfruttarla a scopo ornamentale: piscine, stagni, laghetti, cascatelle, ruscelli ecc.

Rocce? Sì, tante,  per tutti gli usi, purchè di pietra naturale. Mai vedrete il sottoscritto impiegare il cemento o il ghiaino lavato.

Collocare e disporre le rocce ed i sassi non è mestiere facile. Occorrono grande studio, spirito d’osservazione, addestramento, equilibrio e buon gusto.

 

La vita nell’arte del giardino

La caratteristica di un’opera giardinistica è che in essa si evidenzi fortemente l’obbiettivo “natura”. Della peculiarità personale artistica si accorge frequentemente solo l’occhio acuto di un esperto.  Per la verità anche il giardinista come forza creativa puramente personale passa in seconda linea dietro la sua opera.

Il giardino non è un campo per opere individuali di evidenza sfacciata. Esso è ancora così pressantemente Natura che ben a pochi osservatori frulla per il capo di chiedere “ma l’autore chi è” come succede invece nella contemplazione di un dipinto.

Fra tutte le attività artistiche spetta perciò il primato, a questo riguardo, all’arte del giardino. Con esso e per la prima volta, l’uomo per così dire si trova di fronte, con salda volontà di creare, alla natura nella sua globalità. E’ comprensibile che ciò, visto storicamente, presupponga un certo grado di sviluppo culturale.

Col legno, con l’argilla, con la pietra, si sono già occupati i popoli primitivi. L’uomo ha tentato di forgiare, con la sua forza di volontà, un pezzo di natura solo quando, acquistata la stabilità di dimora, potè gettare uno sguardo panoramico più libero e la sua cultura divenire più salda

Così la struttura del giardino è struttura naturale nel senso più naturale e appropriato  (dei termini).

Il tessuto per creare, la materia che viene plasmata dall’ingegno non è una parte della natura come la pietra ed il legno per gli architetti e gli scultori, come il colore per il pittore, il suono per il musicista. La “stoffa” per il giardinista è Natura formativa in senso immediato.

La pianta nelle sue diversissime manifestazioni, vedi albero, arbusto, erbe mono e dicotiledoni, la terra come substrato per la vegetazione o come elemento della struttura ambientale, la pietra come materiale per muri e giardini, l’acqua in forma tranquilla o mobile, ma anche l’aria elemento che ci dà ampiezza, profondità e prospettiva, sono tutti soggetti determinanti in mano al giardinista.

Condizionato da questa molteplicità neanche il lavoro strutturale è semplice, ma poliedrico. La linea, la superficie e lo spazio danno preoccupazioni tanto forti come il colore e la ritmica.

C’è fra l’architetto e il giardinista un certo feeling spaziale che naturalmente è di altra specie che non quello architettonico legato a forme più severe. La creatura-giardino ha con la pittura in comune un sottile senso per l’armonia. Ma il movimento che la vera arte del giardino deve saper creare…………..