Un altro manoscritto chiarificatore

UN  ALTRO  MANOSCRITTO   CHIARIFICATORE

Quando portavo ancora i pantaloni corti (o quasi) e frequentavo a Gorizia il liceo classico, ricordo che la carta intestata nel negozio paterno recitava: Raimondo Gorian fu Francesco, fioricultore – Casa fondata nel 1860.

Nel marzo 1930 mio padre Raimondo ci lasciò per sempre e grave fu lo sbandamento nell’azienda vivaistica la quale veniva così a pesare sulle spalle di mia madre: Anni 30, crisi mondiale, poco lavoro, miseria; ma bisognava pure andare avanti. Tutti i famigliari si dettero un gran daffare per trovare una scuola in Italia che mi potesse dare le basi scientifiche per continuare “il mestiere” con serietà e capacità. Mia sorella maggiore che  studiava Legge a Firenze segnalò che alle Cascine c’era una scuola specializzata di orticoltura, floricoltura e di giardinaggio che forse avrebbe potuto fare al caso nostro. Ma i soldi? C’era dentro alla scuola un convitto per i non residenti a Firenze, ma la retta era impossibile per le nostre finanze. Il comune di Gorizia, la Cassa di Risparmio e l’Istituto di Credito Fondiario per le Venezie promisero di pagare tale retta purchè…..riuscissi a punteggio massimo nel triennio di durata dei corsi. Sembra una favola, ma fu proprio così.

I nostri corsi erano frequentati quasi interamente  da figli o parenti stretti di fioricultori o vivaisti. Cito qualche nome: Breviglieri di S.Benedetto  Po; Bianchi Cesarino di Como; i liguri Natta, Accame, Borrelli, Massa; Duilio Cosma di Trieste, Bonfiglioli di Bologna, Ortelli, Mannelli, Fibbi, Spalletti, Baronti ecc., toscani.

Pietro Porcinai è stato mio sottocapo alla sezione “Giardino” dal 1930 al 1933. Mi ha sempre stimato, apprezzato ed aiutato quando mi sono trovato in difficoltà nei tristi frangenti dell’ultima guerra. Quasi sessant’anni fa Lui ed io combattevamo la stessa battaglia. Di fronte ad una letteratura giardinistica italiana negli anni ’30 praticamente inesistente, insegnamenti professionali superiori  ZERO, dovemmo impegnarci duramente a studiare l’inglese ed il tedesco per sfruttare al meglio la copiosa produzione bibliografica inglese, nordamericana, germanica e svizzero-tedesca.

Rammento che alla fine di ogni anno scolastico P. Porcinai inforcava la sua Triumph 350, la Rolleiflex a tracolla, e partiva per il centro Europa. Gli chiedevo come mai andasse sempre verso di là. “ e dove vuoi che vada, altrimenti? Ricordati che i Paesi anglosassoni sono quelli che ci insegnano, oggi come oggi.” Alla mia obiezione:  “Ma come: noi latini, coi nostri giardini all’italiana o alla francese…” Rispondeva : “Lascia perdere….Noi  eravamo grandi” sospirava.

A quell’epoca in Europa era famosa la trimurti Karl Foerster, Hermann Mattern e Gerda Gollwitzer del Politecnico di Berlino (1926) e come non poteva essere altrimenti? Apprendemmo molto anche dal padre delle autostrade tedesche  Alwin Seifert quando imponeva che tutti i manufatti in cemento armato venissero ricoperti con pietra naturale del posto e/o con piante della flora locale. E noi (1993), come le stelle, stiamo ancora a guardare…

Dall’autunno 1933 all’autunno 1935 insegnai nelle scuole di avviamento professionale di tipo agrario. Nel frattempo stava migliorando la situazione economica della azienda paterna e potevo fare con maggiore scioltezza qualche lavoretto. Intanto venni richiamato sotto le armi.

Dopo la parentesi della guerra tornai a Firenze e, come succede tra vecchi amici, P.P. ritenne di servirsi della mia collaborazione in seno alla società “Il Giardino” in P.zza del Carmine.

Ma l’Italia mi stava stretta. Ad un certo momento, e tramite conoscenti, (1948) ottenni un contratto di impiego a termine come assistente presso la Direccion de Paseos Publicos de Montevideo (Uruguay). Nel 1949 creai laggiù un’impresa di costruzione, trasformazione e manutenzione di parchi e giardini con annesso vivaio di piante erbacee perenni e cespugli della flora subtropicale e mi licenziai dall’impiego.

A questo punto s’impone un chiarimento: io che credevo di essere una tigre in botanica mi ritrovai come un ignorantello qualsiasi. Di converso il locale Dr. Atilio (con 1 “t”)Lombardo, di chiara fama e autore di numerosi testi della flora indigena, mi chiedeva i nomi latini di piante comuni da noi nel Nord Italia, ma rare in Uruguay, tipo Rhus cotinus o Ligustrum sinense. Avvertimento ai cosiddetti esperti di casa nostra: non gonfiatevi il petto credendo di sapere già tutto, ma abbiate pazienza e, pedalate a occhi aperti.

Nel 1958, tramite un architetto di Montevideo, amico di Burle Marx, volai a Rio e fui ospite nella sua tenuta (chacra)di S.Antonio, col suo famoso ombraio di piante tropicali e nel suo splendido studio di Ipanema. Non ho avuto problemi per conoscere, tramite suo, l’architetto Lucio Costa (uno dei progettisti di Brasilia), Rino Levi e Serge Bernard. Tutti pezzi da 90 e ancora oggi non posso fare a meno di comparare la estrema democraticità dei sudamericani con la supponenza di certi italiani che non si fanno trovare neanche al telefono…

A Montevideo nel decennio 50-60 abitava vicino a casa mia, nella zona residenziale di Carrasco, il noto pittore estense Lino Dinetto, pupillo di Bernard  Berenson e di Enzo Carli, in quanto, non ancora ventenne, dipinse l’immensa tela con l’Ultima Cena per il Monastero di Monte Oliveto Maggiore (Siena). Assieme abbiamo combinato diversi lavori e devo dichiarare che da allora il mio modo di ragionare sulla consociazione delle piante, sui chiaroscuri, sui vuoti e sui pieni, sulle “pause” nella composizione del quadro (verde), sulla staticità e la dinamica delle piante (alberi), da allora, ripeto, è mutato da così a così.

Dal 1948 al 1957 potei accumulare una buona mole di progetti quasi tutti realizzati e nello stesso anno volai in Olanda dove conseguii il diploma professionale di “architecte paysagiste”, per titoli e per esame.

Nel 1961 rientrai in Patria dopo aver messo all’asta tutto quanto avevo in disponibilità, quasi una fuga: i castristi cominciavano a penetrare anche nell’Uruguay ed i “tupamaros ” a saccheggiare.

Tornai a Firenze e rimasi nello studio di Porcinai meno di un anno. Per divergenze di carattere venni via e mi stabilii a Treviso. Perché Treviso? Primo perché il mio amico Dinetto vi si era già stabilito già da un  anno e si trovava bene. Secondariamente io a Treviso (e questo non l’avevo ancora detto)ci avevo già lavorato nel 1939-40 come tecnico progettista presso una nota azienda vivaistica locale.

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