Fabio Gorian intervista il pittore Lino Dinetto

Treviso, 16 dicembre 2019, mattino

Entrando in casa del pittore Dinetto subito si riceve un messaggio: ci si trova in un tempio dove l’arte regna sovrana, meglio tenerne conto. Numerose le opere d’arte sulle pareti della sua vecchia casa di Treviso, abitazione risparmiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale: dall’altra parte della strada condomini dei primi anni ’60, in forte contrasto architettonico con la casa dove vive Dinetto. Da tempo ho preso appuntamento per questa intervista, immediatamente concessa direi quasi con entusiasmo, forse per l’affetto particolare che lo legava a mio padre.

Lino mi conosce da quando son nato e, in qualche modo, mi ha anche visto crescere. Tornato prima lui dall’Uruguay, dove vivevamo, e noi dopo poco, le nostre famiglie si frequentarono con una certa assiduità durante i primi anni di ambientamento nella nuova città, Treviso. Ricordo che quando avevo circa sette anni, subito dopo aver detto alla figlia Anna mia coetanea che sarei diventato Papa, le feci una dichiarazione d’amore che non venne al momento presa in seria considerazione; ma neppure dopo.

Dinetto è stata una persona fondamentale per il percorso artistico di papà, così come per il suo inserimento nel nuovo paese scelto per la propria rinascita dalle rovine della guerra: l’Uruguay appunto. Veniva chiamata la Svizzera del Sud America per il tenore di vita che lo caratterizzava alla fine degli anni’40, ma anche per la vita tranquilla che lì era possibile, finalmente senza più gli incubi dei bombardamenti.

Mi attende nel suo atelier, al primo piano: sta disegnando a matita su un piccolo foglio. Cerco di capire cosa stia disegnando, ma siamo ancora ai primi tratti, impossibile decifrare. È incredibile come le due semplici parole segni e matita abbiano avuto per Lino Dinetto un’importanza fondamentale, come avrò modo di scoprire da lì a poco.

Mi vede col notes in mano e con la penna e mi redarguisce: “Ma cosa scrivi, ascoltami piuttosto!”. Se gli avessi dato retta mi sarebbe stato impossibile riferire quanto ha raccontato: aneddoti, fatti, episodi, come un fiume in piena che porta con sé tantissimi ricordi, e che grazie agli appunti – per fortuna presi – cercherò di riportare.

Come mai sei diventato pittore?

“La mia era una famiglia di artisti, soprattutto i nonni materni e gli zii, che mi hanno molto influenzato. Avevo anche uno zio capitano degli Ussari, che era un cavaliere nato e che era stato formato alla scuola di Pinerolo, in Piemonte. All’epoca abitavo in una corte ad Este, dove vivevano anche due ingegneri. Un giorno vidi uno di loro fare un segno con una matita su un foglio: ricordo benissimo quel momento, non lo dimenticherò mai. Avevo intuito cosa si può fare con una matita, creare, disegnare… C’è un quadro di Tiepolo nel Duomo di Este che rappresenta Santa Tecla che con la mano protegge la città (dalla peste, n.d.r.) che vidi quando ero ancora bambino. Ne rimasi affascinato. Mia madre colse questa mia propensione alle arti e non vi si oppose, iscrivendomi a Venezia all’Accademia. Lezioni “accademiche”, appunto: ero troppo uno spirito libero, non mi sarei mai adattato a frequentarle. A 12 anni tenni la mia prima mostra. Successivamente, per affinare le mie tecniche pittoriche mi trasferii a Milano. C’era la guerra quando intrapresi studi d’arte, con maestri come Carrà, Sironi, Campigli, Casorati.

Sironi mi insegnò a disegnare opere d’arte antica, come la Comunione di San Girolamo, in San Pietro. Alla mamma disse: <<Promette bene, questo giovane>>.

Un giorno Sironi mi sorprese dicendomi: <<Vieni a trovarmi, che ti presento Picasso>>, artista che all’epoca non stimavo. L’incontro avvenne ad una mostra ospitata in una villa; erano esposti disegni raffiguranti balletti russi, appesi a delle tende. Vi era anche Guttuso. Picasso stava parlando della testa della Sibilla Cumana dipinta da Michelangelo. Era già famoso e c’erano tante persone attorno a lui. La frase che pronunciò a commento della Sibilla mi è rimasta nel profondo: <<Me gusta perderme en esta misteriosa montaña>>. Guardando quella misteriosa montagna, ebbi la conferma dell’importanza del “segno”. All’epoca non parlavo spagnolo, né potevo immaginare che da lì a poco sarei andato a vivere in America Latina. Però quella frase mi è rimasta dentro… da quella ebbi l’ulteriore conferma dell’importanza del segno.”

Quando ero piccolo, meno di dieci anni, mi piaceva molto la collezione di francobolli di papà Ferrante: come non ricordare con nostalgia la serie ordinaria detta “Michelangiolesca” in cui, tra i vari esemplari, spiccava appunto l’immagine della Sibilla.

“Durante la guerra sono stato a Milano e poi a Bologna, dove lavoravo come operaio in pieno centro; ero ancora adolescente. Sotto i portici, durante le pause lavorative, mi mettevo a disegnare. Il comandante tedesco che aveva l’ufficio al primo piano mi fece salire da lui: aveva notato i miei disegni. Così ogni tanto mi chiamava di sopra a realizzarne qualcuno. Ma appena potei scappai ad Este, dalla mia famiglia; lì mi nascosi fino alla fine della guerra. Qualche anno prima mi presi anche un ceffone da un gerarchetto fascista di Este perché non lo avevo salutato, secondo lui, con la dovuta sudditanza. Per fortuna finì lì.”

Eri poco più che ventenne quando venisti contattato per un lavoro a Montevideo; lo accettasti e così ti trasferisti con la neonata famiglia.

“Venni nominato Direttore Artistico della scuola d’Arte di San Francisco di Montevideo, per il settore Disegno e Pittura. Era il 1951, vendetti un terreno che avevo in Italia e mi costruii la casa nella capitale sudamericana. Mi diedero da affrescare la cattedrale di San José. Frequentando il circolo degli artisti conobbi tuo padre Ferrante. Non solo italiani; sembrava una piccola Parigi, quella frizzante del 1925: tanti europei, scappati dalla guerra e lì rimasti, francesi, belgi, russi, ebrei. E noi, gli italiani.

Tuo papà voleva imparare a disegnare dal vero i paesaggi. Ma non aveva tempo, aveva una famiglia di cui occuparsi (che all’epoca era di due figli). Mi propose di vederci ogni tanto, aveva proprio desiderio di crescere artisticamente. Purtroppo le circostanze non hanno permesso che si creasse un vero sodalizio tra noi due, non abbiamo fatto nessun lavoro assieme se non per un giardino di una casa progettata da García Pardo, casa che venne sottoposta alla rivista L’Aujourd’hui e pubblicata come casa avveniristica. E un giardino a Carrasco, per un finanziere svizzero. Vivemmo da amici più che da collaboratori. Ma da italiani all’estero ci si dava una mano, c’era molta solidarietà tra noi. Buoni amici sinceri e leali: si fidava molto di me.

Gli avevo insegnato il concetto di “forma” e lui si era entusiasmato. Purtroppo non era dotato per il disegno, ma non si scoraggiava. Gli dissi che doveva concentrarsi sul problema estetico, studiare la storia dell’arte, l’abbinamento tra Architettura e Natura, cosa è possibile fare e cosa non è possibile fare. Era a digiuno di architettura, ma era l’unico che conosceva le piante. All’epoca non sapeva ancora progettare giardini. Gli dissi che son solo due gli elementi che costituiscono la geometria basilare: la retta e la curva, e che questi elementi si possono presentare in forma semplice o composta. <<Ai tuoi giardini devi dare una forma dinamica: perché le cose vivano devi creare dei contrasti>>. Gli ho anche insegnato il cubismo! Ci sono piante statiche e piante dinamiche: gli ho ribadito il concetto del contrasto. C’è la topografia della forma anche per terra, la spazialità della forma. Lui ha fatto sue tutte queste idee, si è fatto da solo.

Gli dicevo: <<In un giardino devi provare il senso della bellezza e del piacere, se manca l’acqua in un giardino, devi trovare il modo di aggiungerla. Devi risvegliare tutti i possibili piaceri, anche quelli tattili, raccogliendo al momento opportuno i fiori che l’adornano>>. Ha letto la teoria dei colori di Goethe e l’applicava nei suoi progetti, abbinava i colori secondo i dettami del grande romantico tedesco. Anche lui, come me, ha sempre studiato per tutta la vita”.

Non riesco a fare domande, del resto non ce n’è bisogno… Mi ero preparato una lunga lista, ma non serve.

“In Uruguay ero molto ben inserito: amicizie, gallerie, mostre personali. Ad un certo punto mi resi conto che però lì non avevo più nulla da dire né altro di nuovo da attendermi. Cominciai quindi a prepararmi per il rientro in Italia, anche se là c’era molto da ricostruire dopo la guerra, ma si cominciava a stare bene. Avevo viaggiato molto. Nel 1959 venni insignito del Gran premio internazionale di Punta del Este: l’anno prima era stato premiato De Sica.

Il Brasile mi invitò ad una mostra personale al Salone della Biennale. Su ordine del Presidente di quella nazione mandarono un aereo militare per trasportare più di 100 opere mie ed esporle a San Paolo. Fu un trionfo, proprio alla vigilia del mio rientro in Italia.”

Che fu amaro, però, come rientro!

“Già. Stranamente trovai tuo padre che venne ad accogliermi all’aeroporto di Montevideo: non so come fosse riuscito ad avere il mio orario di rientro da San Paolo. Lo vidi che era imbarazzato ed ansioso: era latore di una notizia disastrosa per me. Il giorno prima era fallito il Banco italiano, dove avevo tutti i miei risparmi e lui era venuto a dirmelo per prepararmi alla tremenda novità. Fu molto carino da parte sua. Comunque me ne tornai in Italia a Treviso, ormai la mia vita artistica in Uruguay era ai massimi ed oltre non sarei potuto andare.

Ogni tanto ancora ci torno; l’ultima volta sono stato ricevuto dal Presidente della Repubblica ed invitato a tenere un discorso davanti a tutto il parlamento uruguayano: un’emozione unica! La più grande collezione di quadri miei è in Uruguay, presso la Fondazione che fa capo al parco tecnologico e commerciale Zonamerica, una zona franca inaugurata nel 1990.”

Poi in Italia hai ritrovato papà, che tornò un anno dopo di te in Italia, a Treviso, su tuo consiglio.

“In effetti andò proprio così. Gli suggerii questa città, perché a misura d’uomo, tranquilla e non caotica. Poi a lui andava bene, essendo vicino a tutti i suoi parenti e a quelli acquisiti. All’epoca sua mamma era ancora viva.

Non collaborammo neanche in Italia, ma ricordo che andammo assieme da Porcinai per progettare il disegno di una fontana, erano i primi anni Sessanta.

Ormai le cose belle le avevamo già fatte e vissute in Sudamerica. Ricordo un viaggio fatto assieme a Buenos Aires, dove ogni tanto andavamo, da cui scappammo per un improvviso riacutizzarsi della tensione politica, che spesso attanaglia quel paese e che stava degenerando in disordini per le strade. Salimmo in piena notte su un barcone per attraversare il Rio de la Plata, quando scoppiò una tempesta con il mare che in poco tempo si incattivì e che non cessava di gonfiarsi. Eravamo stesi su delle cuccette e l’acqua ormai quasi sfiorava i nostri corpi quando riuscimmo ad attraccare sani e salvi. Non so quanto ancora avrebbe resistito quel barcone. Meno male che le sponde dell’Argentina e dell’Uruguay sono poco distanti tra loro.

Un altro ricordo vivo che conservo di quei tempi lo devo ad un mio allievo. Sapevo che aveva un fratello che viveva negli Stati Uniti, ma non sapevo di preciso che cosa facesse là. Un giorno mi chiamò per telefono e mi diede appuntamento nel suo studio, poi andammo assieme al bar del centro, perché quel giorno era in visita il Presidente Eisenhower e da lì a poco sarebbe sfilato il corteo di macchine presidenziali. Ne arrivarono tante, fino a quando eccolo il Presidente degli Stati Uniti, con indovina chi al suo fianco? Lui, sì proprio lui, il fratello del mio alunno! Restai a bocca aperta. Sapevo che era in una posizione assai importante, ma certo non immaginavo così importante.”

Un po’ quello che accade anche oggi, dove il segretario e primo collaboratore di Bergoglio è Padre Aemilius, un sacerdote uruguayano!

“Sì, un piccolo paese l’Uruguay, ma sorprendente a volte. Come quando vinse i due mondiali di calcio.”

Non riesco a consultare il mio quaderno degli appunti e vedere se mi sta sfuggendo qualcosa di importante da chiedergli. Non riesco a farlo, siamo stanchi entrambi ed ormai è ora di pranzo.

Ci salutiamo e Lino Dinetto mi accompagna all’uscita; nel frattempo trova il modo di elogiare l’opera dell’architetto Luciano Gemin, suo grande amico e coetaneo.

Lascio la bella casa del pittore con la sensazione di aver parlato con un grande artista e di aver avuto la fortuna di averlo conosciuto bene: nonostante la stanchezza dovuta all’intervista cammino a qualche palmo da terra, nell’euforia del momento devo solo preoccuparmi di evitare di andare a sbattere contro il brutto condominio che c’è di fronte a casa sua!

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