Fabio Gorian intervista l’arch. Luciano Gemin

Treviso, 16 dicembre 2019

Un pomeriggio di dicembre Fabio Gorian raggiunge l’architetto Luciano Gemin a casa sua e lo intervista.

Angelina, la moglie di Luciano, mi accoglie come di consueto con affetto e mi accompagna nel salotto della loro splendida casa nelle campagne del Trevigiano, sulle rive del fiume Sile. Siamo ormai prossimi al tramonto, ma il fiume ancora è visibile nonostante sia quasi buio. Il visitatore non può sfuggire all’attrazione indotta dalle prospettive create nel giardino da Ferrante Gorian: l’occhio finisce lì, al fiume, seguendo gli alberi e gli arbusti posti ai margini del giardino.

Ci salutiamo e sorseggiamo un buon caffè caldo. Iniziamo a parlare.

Luciano, com’è che hai scelto di fare l’architetto?

‘Mio padre vendeva carbone e legna da ardere e a volte i suoi affari si svolgevano anche a Venezia. Un dì, io ero bambino delle scuole elementari, mi disse di accompagnarlo. Mi ricordo che era san Liberale, patrono di Treviso, 27 aprile e le scuole erano chiuse. Andai con lui e quando ci trovammo davanti alla chiesa della Salute, rimasi a bocca aperta e affascinato dalla bellezza dello storico monumento. Mi colpì molto quella visione e quando, anni dopo, fu il momento di scegliere tra seguire un percorso scolastico per diventare ragioniere o geometra, chiesi di frequentare il liceo artistico di Venezia. Nel 1948 sostenni a Roma un esame per l’abilitazione alla docenza, volevo insegnare, il diploma me lo consentiva. Lo vinsi, ma mi iscrissi all’ Accademia ed anche ad Architettura, entrambe a Venezia. Prima però andai in giro per l’Italia, da solo, un mese e mezzo. Un professore, saputo della mia doppia frequenza in Accademia e presso la Facoltà di Architettura, mi convinse a scegliere; optai a malincuore per quest’ultima, non tanto perché preferissi l’Accademia, ma perché in questo modo avrei dovuto rinunciare a qualcosa che sapevo mi avrebbe potuto dare grandi soddisfazioni.’

E lì ti sei imbattuto in un mostro!

‘Eh già, tremano i polsi al solo pensiero: Carlo Scarpa! Mi laureai con lui e da lì iniziò un sodalizio che si protrasse per parecchi anni. Mi affiancarono all’architetto Gellner che, su incarico dell’ENI di Mattei, stava costruendo un villaggio turistico a Borca di Cadore, vicino a Cortina d’Ampezzo, nel bellunese. Io ero fedele esecutore, ma ebbi occasione di fare una grande esperienza. Gellner era coadiuvato da Carlo Scarpa: più fortunato di così non avrei potuto essere.

Ma avevo una abilitazione da sfruttare e ad un certo punto optai per l’insegnamento; anche perché la tragica morte di Mattei, padre-padrone dell’ENI, aveva un po’ smorzato la spinta ideale che stava dietro al progetto del villaggio che si andava edificando a Borca.’

Così hai concentrato la tua vita, anche lavorativa, attorno alla città di Treviso.

‘Vero, ma fino ad un certo punto. In effetti alternavo l’insegnamento alla libera professione e feci questo per un bel periodo di tempo, fino a quando un evento catastrofico non sconvolse la vita di molte persone, e mi coinvolse direttamente.’

Il terremoto del Friuli, 1976!

‘Esatto! Lì Carlo Scarpa mi invitò a collaborare strettamente con lui, al progetto di ristrutturazione della Banca di Gemona. Interi paesi erano distrutti, c’era molto da fare e così entrai ancor di più in rapporti di affari e, soprattutto, di amicizia con Scarpa.’

Ma tu nel frattempo, oltre all’insegnamento, avevi già progettato e costruito qualcosa a Treviso?

‘Certamente; ricordo ancora come fosse oggi il primo lavoro da architetto, una ristrutturazione di un fabbricato in pieno centro, in via Riccati. Ma l’attrazione verso l’insegnamento prese il sopravvento ed anche se lavorai molto in Friuli, anche da solo, non affiancai più Scarpa: a me insegnare rilassava, dava soddisfazioni, per cui insegnavo e progettavo. Con Scarpa organizzai in seguito anche due mostre importanti a Treviso: una dedicata ad Arturo Martini (1976) ed un’altra a Gino Rossi.’

Come hai conosciuto Ferrante Gorian?

‘Fu più o meno durante gli anni del terremoto, negli anni Settanta. Ci presentò un nostro comune amico che io frequentavo in quanto entrambi membri dei Lions di Treviso: Lino Dinetto, il famoso pittore. Mi parlò di questo personaggio particolarmente preparato in materia di progettazione di esterni, cosa a me completamente estranea. Negli atenei d’Italia a quell’epoca non si insegnava paesaggio, ancora non c’era cultura sufficiente che spingesse per avere professionisti del giardino e del paesaggio, ancora ci si affidava alle competenze dei vivaisti.’

Ma mi risulta che tu però già ne avessi scovato uno…

Ah sì, certo. Ti riferisci a Porcinai, che progettò il verde della mia terrazza della casa che avevo in città a Treviso, in via Inferiore. Mi resi conto che mi stavo costruendo anch’io una certa fama perché non era facile convincere Porcinai a progettare un lavoro; era richiestissimo e centellinava i suoi clienti, scegliendo da chi andare. Da me venne!

Con Gorian iniziò una collaborazione speciale: io curavo l’aspetto architettonico delle case progettate o ristrutturate e lui progettava il giardino: non ho mai interferito sul suo modo di lavorare, per me era una sicurezza da questo punto di vista.’

Avete fatto molti lavori assieme, tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta.

‘In effetti si tratta di un lungo elenco, ma credo che sul sito dedicato a tuo padre se ne parli in abbondanza. Il primo in assoluto fu quello di Bruni, in viale Felissent. Ma ricordo in particolare quello della signora Lucatello a Biancade di Roncade, uno degli ultimi lavori fatti assieme, anche se il giardino fu completato da altri a causa della lungaggine dei lavori attorno alla storica villa, che un po’ a cascata hanno rallentato quelli del giardino. Una bella opera, soprattutto pensando che quell’area, poi trasformata in giardino, fino a poco prima era un campo di mais…’

Credo che su un lavoro abbiamo la stessa opinione, il giardino dei Marcon, a Quinto di Treviso. Una superficie di soli 500 metri quadrati…

‘…in cui c’è tutta l’architettura di tuo padre, la sua filosofia ed il suo modo di intendere il giardino: grandi spazi erbosi antistanti la casa, utilizzo di pietra locale per i manufatti ed i percorsi, disposizione delle piante in modo tale da sfruttare la prospettiva e catturare paesaggio esterno per dare la sensazione di una superficie più ampia di quella che è in realtà, mascherare la casa con il verde e ripararla da sguardi indiscreti, la mancanza di linee dritte o figure geometriche. Un gioiello, una sintesi perfetta, e questi sono alcuni aspetti diciamo secondari: non vorrei far passare l’importanza della scelta delle piante in secondo piano, sia riguardo alle specie utilizzate sia alla minuziosa individuazione dei singoli esemplari per la loro forma nei vivai.’ Il progetto è del gennaio 1978.

Senza dimenticare un lavoro che ti riguarda da vicino, molto da vicino…

‘Il giardino di casa mia! Abitavamo in città e comprammo questa casa sul Sile verso la fine degli anni Settanta. Ormai lavoravo da tempo con Ferrante e a maggior ragione decisi di affidargli il progetto del verde. Osservando il giardino con la casa alle spalle, il punto focale conduce lo sguardo al fiume, impossibile sfuggirgli. A sinistra un muro di cinta coi confinanti, sapientemente occultato da alberi e arbusti, davanti a noi un grande spazio verde a prato, quindi a destra l’altro confine coi vicini…senza confine! Decidemmo di non sottolineare l’esistenza di questa barriera formale, semplicemente non mettendo nulla. Fu un’idea vincente. Infatti a loro volta i vicini non hanno messo confini e così via, per cui guardando verso destra, a partire dalla nostra proprietà, c’è un unico ambiente a perdita d’occhio.

Questo giardino è la felicità di Angelina, in cui ha passato molte ore ed altre ne passerà. Le dà sicurezza e serenità passeggiare, andare giù fino al fiume e magari una volta lì voltarsi verso casa, cercarmi e vedere se la sto osservando da una qualche finestra.’

Ormai fuori è buio, s’è fatto anche tardi. Saluto Luciano e consorte, con la leggerezza nel cuore di aver avuto conferma del fatto che papà ha vissuto in un bel periodo, quando la crisi edilizia non si era ancora palesata. Prima di andarmene passo in rassegna la collezione più importante di quella proprietà, vetri disegnati da Carlo Scarpa: una vetrina lunga alcuni metri e sapientemente illuminata. E rigorosamente sigillata!

A presto, Luciano! Ciao Angelina, grazie per avermi accolto.

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