I parchi di Ferrante Gorian

Articolo di Ida Tonini, tratto da “Il Giornale di Brescia”, sabato 16 luglio 2005

Sosteneva Russell Page, il “guru” dei paesaggisti, che “per creare uno spazio verde davvero bello occorrono un appassionato committente, un esperto architetto e un umile giardiniere”. Dimenticava però un’altra verità: che la fama di un artefice di giardini è strettamente proporzionata all’alto lignaggio della committenza. Quanti ottimi giardinieri, dotati di una profonda conoscenza dell’arte giardiniera e capaci di un’accurata progettazione del verde, sono rimasti nell’ombra… E’ il caso di Ferrante Gorian, nato a Gorizia e morto a Treviso, nel pieno della sua attività, a 82 anni. Proveniente da una famiglia di vivaisti, floricoltori, fiorai, Gorian iniziò giovanissimo la sua educazione di giardiniere presso la celebre scuola di pomologia di Firenze. Pietro Porcinai, di soli tre anni più grande di lui, era tra i suoi insegnanti. Tra i due s’instaurò presto un legame di stima reciproca, tanto che nel 1946 Gorian è con Porcinai a piazza del Carmine, una vera bottega rinascimentale, dove regna assoluto il Maestro. Difficile pensare oggi come quei due giardinieri dalla forte personalità, belli ed eleganti, potessero lavorare sotto lo stesso tetto. Gorian resiste per due anni, poi nel 1948 prende il volo e si trasferisce con la famiglia a Montevideo. Porta con sé sementi e arbusti. In quella terra, allora considerata la Svizzera del Sud America, Gorian incontra architetti del calibro di Oscar Niemeyer e paesaggisti come Roberto Burle Marx, impegnati nella realizzazione di Brasilia. Burle Marx, poeta, musicista, scultore, pittore, amico di una vita, ospiterà spesso Gorian nella sua fattoria, il Sitio de san Antonio, lussureggiante di piante tropicali. Insieme la strana coppia – ex-alpino, alto e slanciato Gorian; rotondetto con baffi spioventi il paesaggista brasiliano – s’inoltrerà più di una volta nella foresta amazzonica alla ricerca di specie ornamentali insolite per i nuovo giardini d’ispirazione autenticamente brasiliana. Ma sono i quadri di Lino Dinetto, artista estense promotore con  un certo successo in Sud America del movimento di rottura “Il Gruppo degli Otto” che illuminano Gorian sulla via del suo fare giardino. Da quei dipinti, dove i verdi s’inseguono in accordi cromatici mai uguali, trae ispirazione per studiare le infinite possibilità di combinazione delle piante, le loro associazioni timbriche, il loro sviluppo morfologico, la relazione tra pieni e vuoti. Gliene deriva anche un modo nuovo di guardarsi intorno e una attenzione febbrile alla natura del luogo, che secondo Gorian può essere riprodotta con estrema naturalezza nel chiuso di un giardino. Con questo bagaglio originale e innovativo (sono 140 le ville e i parchi progettati da Gorian in Uruguay) nel 1961 lascia quel Paese a causa della pericolosa situazione politica. E’ accolto ancora una volta da Pietro Porcinai, e ancora una volta le due personalità non possono collaborare a lungo. Nel frattempo lo stile dei due paesaggisti si è differenziato notevolmente : Porcinai interpreta in chiave originale e moderna i canoni mai dimenticati del giardino formale all’italiana; per Gorian invece il territorio, l’ambiente, il paesaggio si comportano come un palinsesto , un archivio ricchissimo d’informazioni da scoprire e da elaborare e il suo giardino risulta uno squarcio del paesaggio intorno, che aderisce in modo naturale alla casa, progettata nel giardino e non col giardino, come lui stesso faceva notare.  Pur limitato da un contesto molto meno vasto e meno vergine di quello uruguayano, in Italia Gorian progetta giardini privati , parchi pubblici, riqualifica tratti di strade, bonifica e risistema a verde aree degradate. Lavora non solo in Veneto, ma anche e molto nella sua terra d’origine, il Friuli Venezia Giulia, e in Piemonte, Brianza e Svizzera, anticipando una certa coscienza ecologica, spesso opponendosi con tenacia a chi costruisce e distrugge senza alcuna attenzione alla natura. Molti sono i giardini privati realizzati da Gorian e alcuni di essi, soprattutto nella Marca Trevigiana, sono visitabili e mantengono intatta la peculiarità del suo stile. Superati i cancelli, si è colpiti dalla morbidezza e fluidità dell’impianto. Gli angoli non sono retti, ma smussati sempre da presenze arbustive che creano l’illusione di una dilatazione dello spazio. I sentieri in pietra locale sono in parte inghiottiti da prati o da essenze striscianti tra filari e siepi rubati alla campagna, i ruscelli rimbalzano tra rocce recuperate poco lontano, gli specchi d’acqua entrano nelle case con il loro sofisticato bagaglio di piante anfibie e acquatiche. Perfino i tronchi, unico segno grafico, appaiono ritmati in modo da creare battute e pause diverse.  Pietra, acqua, terra, vegetazione si armonizzano e si congiungono con le architetture. Il tutto racchiuso tra quinte arboree e arbustive con leggerezza e incantevole vaporosità, un’ossatura quasi trasparente che attrae il visitatore come una selva familiare, accessibile, affatto terrifica, ricca di contrasti ombra e luce e di vibrazioni cromatiche, mutevoli in ogni stagione dell’anno. Proprio le trame dei suoi schermi vegetali, pensati per occultare il traffico e il cemento, connotano più di ogni altra cosa l’opera di Gorian: corbezzoli, betulle a ceppaia, vari tipi di aceri, faggi e querce, ciliegi da fiore e da frutto, e, quando ci vuole un tocco più suggestivo, la Callicarpa giraldiana, che genera una cascata di macchie color viola intenso in autunno. Gorian “tira dentro il paesaggio”, quello stesso che si può intravvedere oltre la siepe fino ai profili montani, tanto spesso riprodotto da Giorgione o da Cima da Conegliano, pittori della Marca Trevigiana. Che siano piccoli Eden privati o grandi parchi, hanno tutti lo stesso incanto, la stessa capacità di avvolgere il visitatore in  abbraccio intimo, morbido, naturale. Così avviene nell’immenso parco privato di Ca’ Morelli a Biancade (Treviso, visitabile tramite il sito www.giardini aperti.it), il suo ultimo lavoro, dove la natura è ricreata con quinte di rigogliose melie (Melia azederach) e carpini piramidali (Carpinus bet.” Pyramidalis”) aprono la visuale ad uno spazio dove piante autoctone e non vengono accostate ad un’infinita varietà di rose sarmentose antiche, previste nel progetto di Gorian e scelte con perizia da Anna Peyron.  Ritroviamo lo stesso incanto anche in un minuscolo giardino veneziano, godibile da un ponte lungo uno dei rii più assolati di Cannaregio, composta da pochi elementi: la pietra d’Istria della vera da pozzo, il ferro battuto di una pergola drappeggiata da una rosa antica, il sentiero amebizzato da piante erbacee perenni da fiore e da fogliame. Quest’esercizio di stile riuscitissimo può essere paragonato all’idea giapponese di ricreare la natura, l’infinito nel finito, ma riesce soprattutto a restituire la poesia e l’atmosfera delicata di un giardino tipicamente veneziano.

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